Molte delle cose che appaiono come un fallimento personale - non riuscire a perdere peso, la solitudine delle città moderne – possono essere lette alla luce del fatto che il mondo si è sviluppato in modi che la nostra biologia non è riuscita a seguire

di Stefania Medetti

E se i problemi della nostra vita fossero legati al fatto di non essere “disegnati” per il mondo in cui viviamo? La domanda è stata per lungo tempo dimenticata dalla filosofia della scienza, ma il filosofo tedesco Jonas Pöld l’ha riportata sotto i riflettori con il libro “Mismatch Theories in Evolutionary Medicine: A Philosophical Exploration” (Teorie del disallineamento nella medicina evoluzionistica: un’esplorazione filosofica, ndr). Nel saggio, uscito la scorsa primavera, Pöld esplora le implicazioni del fatto che i nostri geni siano rimasti praticamente immutati per gli ultimi 100mila anni e, dunque, ci troviamo a vivere in un mondo profondamente diverso rispetto a quello in cui ci siamo evoluti. La vita del cacciatore-raccoglitore, infatti, era basata su un’alimentazione frugale, un’esistenza condotta in piccole comunità caratterizzate da un rapporto molto stretto con la natura e il lavoro manuale. Ben poco a che vedere con il mondo frenetico, digitale e cosmopolita in cui viviamo oggi, come spiega lo psichiatra Alex Curmi, che riflette sui limiti della proverbiale adattabilità dell’Homo sapiens dalle colonne del Guardian: “Gli adattamenti genetici che richiedono decine di migliaia di anni difficilmente possono stare al passo con l’urbanizzazione, con i cambiamenti tecnologici e culturali che possono avere effetti profondi già nel corso di una sola vita”. Dunque, se in tanti aspetti della vita moderna ci sembra di andare controcorrente e se seguire i nostri istinti ci mette spesso nei guai, la ragione potrebbe proprio trovarsi nelle due diverse velocità di evoluzione: la nostra e quella del mondo che ci circonda. Ecco come.