Dopo aver parlato di empatia, alcuni lettori mi hanno chiesto di riflettere sulla compassione. Una parola oggi rara, ma con radici antiche: viene dal latino tardo compassio (dal greco pathos, “sofferenza”), che significa letteralmente “soffrire insieme”. Non si tratta solo di sentire il dolore dell’altro, ma di condividerlo interiormente, lasciandosi toccare fino a muoversi per alleviarlo.
L’empatia è comprensione e ascolto: ci permette di percepire l’altro e di riconoscere le sue emozioni. Ma se resta solo percezione, si sostanzia solo in un’esperienza soggettiva interna e rischia di diventare sterile. La compassione va oltre, fa compagnia alla sofferenza altrui. Come si legge nei Vangeli, la compassione che Gesù provava per gli altri è una commozione viscerale, profonda, autentica. Sia l’empatia che la compassione possono portare entrambe a comportamenti altruistici, cioè quelle azioni volontarie in favore del bene altrui. Nei Vangeli l’atto di far del bene è detto misericordia, menzionata anche nella parabola del buon samaritano. Empatia, compassione e misericordia sono tre tappe dello stesso percorso: la prima ci apre all’altro, la seconda ci fa vibrare, smuove i nostri più profondi sentimenti, la terza ci spinge ad agire per il suo bene. L’una è il seme, l’altra il fiore, la terza il frutto. Separate rischiano di spegnersi; unite trasformano i rapporti e rendono la società più umana.






