Papa Leone XIV lo aveva scritto richiamandosi all’immagine evangelica giovannea (Gv 19, 23-24) della tunica di Cristo, tessuta tutta d’un pezzo, che non si strappa. Il pontefice li aveva ammoniti di tornare sui propri passi. Non è stato ascoltato, e ciò che si è consumata è una lacerazione che, per la Santa Sede, produce l’esclusione totale dalla comunione ecclesiale: un tirarsi fuori volontario, non un’espulsione subita.

Per capire la logica di questa rottura bisogna risalire a una giravolta, più che a una coerenza. Nel rileggere la ricostruzione fatta da Andrea Tornielli nel 2018, Marcel Lefebvre non nasce oppositore del Concilio tutt’altro. Firma la Costituzione conciliare sulla liturgia, sottoscrive la dichiarazione sulla libertà religiosa, celebra nel 1965 la messa con le prime riforme sperimentali volute dai cardinali Giacomo Lercaro e Annibale Bugnini.

È solo in un secondo tempo — fondata nel 1970 a Ecône la Fraternità sacerdotale San Pio X, ottenuto il riconoscimento del vescovo di Friburgo — che rifiuta il nuovo messale e bolla, nel 1974, le riforme conciliari come «novità distruttrici della Chiesa».

Paolo VI gli scrive ben tre volte, gli invia prelati di fiducia; di fronte all’ennesimo rifiuto, lo sospende a divinis. I due si incontreranno in un’udienza drammatica di cui resta memoria negli archivi vaticani, specchio anticipato di uno scontro che i decenni non avrebbero sanato.