Il rito come un sudario, un panno che avvolge, protegge e nello stesso tempo separa non solo da Dio ma anche dal mondo. Ieri a Écône, in Svizzera, nella francofona Valle del Rodano, i lefebvriani hanno sancito la fuoriuscita dalla comunione con Roma con l’ordinazione, in diretta social, di quattro vescovi attraverso il rito antico, in latino e spalle al popolo, in vigore fino alla metà dello scorso secolo. Un rito di separazione, che non a caso ha sancito per la comunità ultratradizionalista fondata da Marcel Lefebvre la scomunica “latae sententiae”, la pena canonica in cui si incorre automaticamente per il solo fatto di aver commesso un delitto.
Un rito, ancora, che il venerdì santo contempla la preghiera “pro perfidis Judaeis”, per gli ebrei infedeli che, non a caso, i lefebvriani considerano da convertire in scia al più vetusto dei proselitismi.
TUTTO IERI SEMBRAVA immobile, fermo a prima del Concilio Vaticano II, l’assise che negli anni Sessanta ha traghettato la Chiesa verso la modernità, una grande onta per i lefebvriani. I sacerdoti, vestiti con la lunga talare nera sotto l’abito talare, in processione in fila per due. Le suore, dimesse, tutte alla destra dell’altare. Le donne sparse fra i fedeli con il velo muliebre a coprire il capo, in segno di «sottomissione a Cristo». E, ancora, i seminaristi con la tonsura, alcune ciocche di capelli tagliate quale segno di entrata ufficiale nello stato clericale.










