Sabato 4 luglio il Tour de France prende il via da Barcellona. Si comincia con una cronometro, la disciplina che più di ogni altra racconta l’essenza del ciclismo. Qui il tempo governa la corsa. Per tre settimane sarà lui a decidere la classifica: quello misurato dai cronometri, quello perso in una salita, quello guadagnato in una discesa, quello che separa una vittoria da una resa.

Tadej Pogacar indossa un Richar Mille 67-02 a carica automatica, extra piatto

Il ciclismo ha sempre avuto con il tempo un rapporto più radicale di altri sport. Nella Formula 1 la velocità è spettacolo, nella vela è strategia, nel tennis è ritmo. In bicicletta il tempo è fatica trasformata in numero. Un cronometro può decidere una carriera, cambiare il senso di una fuga, trasformare pochi secondi in leggenda.

Fausto Coppi con Ettore Milano, durante una gara nel 1956

Negli anni di Fausto Coppi e Gino Bartali il tempo aveva un valore quasi morale. Era la misura della resistenza, della superiorità atletica, della capacità di restare soli davanti alla strada. Le loro biciclette non appartenevano ancora all’immaginario del lusso. Erano strumenti di lavoro, di sacrificio, di riscatto. Anche l’orologio, allora, non era un segno di status, ma un alleato della competizione.