L’America ha costruito la propria potenza anche attraverso le immagini. Prima i paesaggi sterminati e la promessa dello spazio, poi le solitudini di Hopper, l’energia di New York, la Pop Art, le merci, i divi. Nel Novecento gli Stati Uniti hanno trasformato l’arte in racconto nazionale, potere culturale e mercato globale. A duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione d’indipendenza, Nicolas Ballario, critico e divulgatore d’arte, rilegge questa storia fino al presente, dove i musei americani sono diventati anche luoghi di conflitto e resistenza.
Gli Stati Uniti sono un Paese giovane, almeno rispetto all’Europa. Quando cominciano a raccontarsi attraverso le immagini?
Alle origini, la pittura americana è perlopiù paesaggistica: grandi spazi, territori aperti, orizzonti. Non racconta solo ciò che il Paese è, ma ciò che promette di diventare. La svolta arriva nel Novecento e il primo nome da fare è Edward Hopper. Con lui l’America inizia a guardare se stessa in modo diverso: i suoi bar, le pompe di benzina, gli interni illuminati, le figure isolate raccontano una società che si modernizza, ma anche un senso di isolamento che diventa sempre più centrale.
E la crisi del 1929? Che cosa rivela quel momento del rapporto americano con le arti visive?









