Jazz e rock sono le due grandi invenzioni musicali del Novecento. Entrambe nascono negli Stati Uniti, entrambe finiscono per cambiare il modo in cui il mondo ascolta, balla, canta, immagina la libertà. A 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, parlare dell’eredità musicale americana significa allora tornare a quella grammatica comune: il ritmo, l’improvvisazione, la contaminazione tra culture diverse. Ne abbiamo parlato con Renzo Arbore, che quella musica l’ha amata, studiata e raccontata per tutta la vita, attraverso la radio, la televisione e i concerti.
Il suo rapporto con la musica americana nasce molto presto. Qual è il primo ricordo?
Ho appena compiuto 89 anni, quindi posso dire di averla incontrata davvero da bambino. Durante la guerra, a Foggia, di fronte a casa mia c’era un circolo di ufficiali americani: sentivo Summertime, Harlem Nocturne, musiche che allora forse non capivo ancora, ma che crescendo mi sono entrate nel cuore. Poi mio fratello maggiore ebbe i V-Disc, i “dischi della vittoria” distribuiti dal governo americano ai soldati al fronte. Erano straordinari, perché raccoglievano il meglio della musica americana di quegli anni. Più tardi cominciai a frequentare i musicisti foggiani che avevano suonato con gli americani: furono loro a introdurmi ancora di più a quel mondo. Da lì arrivarono il blues, il jazz, gli spiritual, il gospel. Il mio amore per la musica americana è nato così: per ascolto, per incontro, per contagio.













