Chi ama Milan Kundera non può perdersi la splendida biografia di Florence Noiville, “Scrivere, che strana idea!” (Neri Pozza, traduzione di Maria Visentin; pp. 304; € 25).Solo un’amica intima di Milan e Vera poteva raccontare in modo così profondo, senza mai tradirlo, un autore che ha fatto di tutto per «far credere alla posterità di non essere vissuto», come diceva Gustave Flaubert.«Kundera va oltre. Dalla metà degli anni Ottanta ha cercato di cancellare sé stesso. Nessuna dichiarazione, nessuna intervista. Nessuna traccia pubblica della sua “vita vera”», argomenta la scrittrice francese: «Il tritacarte funziona a pieno ritmo in casa Kundera. Non deve rimanere nulla dopo Milan, solo i suoi libri. Il resto, manoscritti incompiuti, lettere private, corrispondenza, diari, foto, tutto viene sistematicamente distrutto».Ma l’occhio che lo guarda, tenuto fra le dita come un fiore nella Santa Lucia del Cossa, rispetta questo desiderio. Si sente che sotto c’è del taciuto, ma è un silenzio che funziona come il fondo nella pittura tonale: è necessario per arrivare al colore vivo, alla luce. La struttura stessa – molto kunderiana – sfugge alla biografia. Al ritratto si arriva per frammenti, mescolando generi: il racconto di un viaggio di Florence Noiville in Moravia e in Boemia con suo marito si intreccia con quello straziante della fine di un grande romanziere e un grande amico, che non ricorda più nulla, neanche di avere scritto dei libri. In mezzo: la sua opera, le rane all’aglio con il prezzemolo fritto, il suo pensiero, la musica, le risate con la moglie Vera, la storia della Cecoslovacchia invasa da Mosca. In linea con l’avversione mitteleuropea per il sentimentalismo, Noiville raccoglie anni di chiacchierate al bar del Lutetia o in casa Kundera, in rue Récamier a Parigi, come perle sparse di una collana rotta: è una giocosa e malinconica caccia al tesoro, può saltarne fuori anche una per caso, magari nascosta fra due assi del parquet. Il caso è importante.È proprio grazie a «una congiura del caso» che abbiamo i romanzi di Milan Kundera. Negli anni Settanta, a Praga, sgradito al regime, pedinato da cinque persone della StB, licenziato dall’Università dove insegna, Kundera non può più pubblicare i suoi libri. Non gli concedono nemmeno di fare il tassista, per mantenersi scrive oroscopi sotto pseudonimo. Ma, fatalità, incontra Claude Gallimard che, in modo clandestino, nasconde in valigia i suoi manoscritti e gli porta i diritti d’autore, consentendogli di vivere. “La vita è altrove” e “Il valzer degli addii” passano così la frontiera. «Senza Claude Gallimard», ripeteva Milan, «avrei smesso di scrivere». Sempre grazie a lui, nel luglio del 1975, i Kundera riescono a lasciare la Cecoslovacchia su una piccola Renault 5 blu piena di libri e cominciano una nuova vita in Francia. «Milan Kundera è uno degli ultimi giganti che hanno creduto nel romanzo come impareggiabile strumento di conoscenza», scrive Alessandro Piperno nella bella prefazione. «A suo onore occorre dire che, pur credendoci parecchio, non ci ha fatto sopra della retorica. Se da un lato ha visto in questo genere così spurio e camaleontico il solo viatico per andare all’anima delle cose, dall’altro ha compreso che se è davvero questa l’aspirazione del romanziere, è tanto più giusto che egli eviti la scorciatoia delle verità definitive e delle idee incontestabili».«Fuori dalle mode, fuori dai cliché, celebra la sfumatura, la polisemia, l’ambiguità. Complessità e perplessità», scrive Noiville.In un mondo soffocato prima dalle ideologie e poi dal politicamente corretto, questa libertà gli costa il Nobel. Un po’ come il suo amico Philip Roth, viene accusato in modo assurdo di misoginia. E, peggio, nel 2008 addirittura di essere stato un delatore durante il comunismo (si tratta invece di uno scambio di persona). In realtà è solo un autore troppo scomodo per un mondo incapace di ridere con intelligenza. Il suo umorismo è la sua indipendenza. Da “Lo scherzo” a “La festa dell’insignificanza” ha sempre rivendicato l’ironia come prospettiva del romanzo. «Il fatto che io sia nato il primo aprile non è privo di conseguenze sul piano metafisico», diceva.Per scrivere una biografia su un intellettuale come Kundera ci vuole molto coraggio. Ci vuole il coraggio di dire tutto quello che va detto, senza censure. Ma anche di tacere quanto basta per non assecondare il cattivo gusto di oggi. Noiville capisce che «bisogna andare, come lui, controcorrente. Contro questo tempo orrendo che vuole vedere tutto, sapere tutto».Questo libro ha anche un’altra particolarità. Di solito, le biografie ruotano intorno a un personaggio. Qui i protagonisti sono due. «Non si può capire Milan senza amare Vera», scrive Noiville. È quasi un doppio ritratto, di profilo, un dittico per cinquantasei anni di vita insieme: Milan e Vera si guardano. Vera, con la sua intelligenza, la sua risata, la sua gioia di vivere e il suo pendolo, è un personaggio magnifico quanto suo marito. E il lettore non può che amarla follemente, almeno quanto il suo scrittore preferito.