Per scelta dello stesso Milan Kundera, l’edizione-incoronazione quasi definitiva che la Pléiade gli ha dedicato «non prende in considerazione la parte giovanile della produzione (…), sorvola sulle varianti testuali e ignora affatto la corrispondenza»: lo segnalano, nella loro Premessa a Kundera without Kundera (Miraggi, pp. 400, € 36,00) i curatori Alessandro Metlica e Alessandro Catalano, scegliendo per il loro volume un titolo che sta a dire come, per ritrovarsi adeguatamente collocato nel canone tardonovecentesco, il Kundera autore debba essere studiato affrancandolo dalle limitazioni imposte dalla sua stessa «strategia autoriale».

Sostenuto dal presupposto critico secondo cui una restituzione il più possibile esaustiva dell’opera (vale per chiunque, del resto) deve fare i conti con l’insieme dei depistaggi e delle correzioni apportate dall’autore alla sua fama, il volume dedicato a Kundera – che ha stabilito con certosina ossessione quale immagine di sé intendeva lasciare ai posteri – si vuole «il primo studio a seguire senza pregiudizi e omissioni l’intera carriera dello scrittore» ceco naturalizzato francese.

Non c’è apologia, in Kundera, semmai incriminazione della storia, in linea con quanto dichiara in Un Occidente prigioniero, quando dice che vorrebbe incidere «sulla porta d’ingresso dell’Europa centrale» la frase di Gombrowicz: «Non scordiamo che solo opponendoci alla Storia in quanto tale possiamo opporci a quella dell’oggi». Ciò che spiega forse il suo desiderio di disincarnare l’opera dalla propria vicenda personale, per testimoniare di una «sfida» che – come sottolinea in autocommento allo Lo scherzo – «non era politica, ma estetica».