È martedì notte, sul fuso orario europeo sono più o meno le due, e io sto leggendo “La scelta”, il libro pubblicato due anni e mezzo fa da Sigfrido Ranucci, e che per ragioni alle quali poi arriviamo è diventato oggetto d’analisi solo ora.
Nessuno risponde ai miei reiterati «è la cosa più brutta che abbia letto in vita mia», un po’ perché alle due di notte la gente dorme, un po’ perché circa dieci volte al mese io dichiaro qualcosa che sto leggendo «il libro più brutto mai pubblicato», e i miei cari hanno smesso di prendermi sul serio.
Poiché la vita è sceneggiatrice, sono in mezzo tra «Sandro Pertini avrebbe commentato che a brigante ha risposto un brigante e mezzo» e «Valentina è intrappolata in un labirinto, alle prese con un Minotauro giuridico» (Sigfrido Ranucci non ha mai incontrato una frase fatta che non gli piacesse), quando mi arriva il messaggio d’uno scrittore statunitense.
E quel messaggio, lo so che è una coincidenza più improbabile di quelle del tomo ranucciano, dice: «Se sei un autore è difficile accettare che la gente in America abbia smesso di leggere libri. Anche in Italia?». E io a quel punto dovrei parlargli delle sessantatremilaseicentottantasette copie di “La scelta”, ma come faccio? Come gliela spieghi, a un forestiero, un’editoria fondata sui complessi del ceto medio?











