Più lo si protegge, più le domande diventano ingombranti...
Eleonora Tiribocchi
Powered by
Dopo la puntata di FiloRosso, condotto da Antonino Monteleone e Adele Grossi lunedì scorso su RaiTre, parzialmente dedicata al caso Ranucci-Lavitola, a via Teulada sono volati gli stracci. Riunioni concitate, telefonate velenose. Tensione alle stelle. Qualcuno tra gli autori sarebbe stato apostrofato pesantemente. Non tutto si può e si deve dire, a quanto pare, su quella vicenda. Il modo in cui è stata messa la mordacchia al giornalista del Riformista, coprendone le battute in diretta con una ripetuta serie di osanna all’indirizzo del conduttore di Report, è stato forse il messaggio più eloquente della trasmissione. «Io devo tutto a Ranucci», ha esclamato, per autotutela, uno dei conduttori. «E anche io», si è affrettata a sottolineare l’altra. Bene così, il servizio pubblico può attendere.
Anche se la popolarità di Ranucci, a quanto emerge dall’interrogatorio svolto ieri in Procura, non è poi così universale. Davanti ai pubblici ministeri, Pellegrino D’Avino, componente della banda che secondo l’accusa avrebbe piazzato l’ordigno esploso il 16 ottobre scorso, ha candidamente ammesso di non sapere chi fosse Sigfrido Ranucci. «Ranucci? Non so chi sia, non lo conoscevo», ha dichiarato. E pazienza, non avrà avuto la televisione in casa. D’Avino ha reso alcune dichiarazioni spontanee, per poi avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande degli inquirenti. Ha negato di conoscere Valter Lavitola e ha spiegato di avere lavorato qualche volta con Gomes Clesio Tavares, conosciuto nell’ambiente della sicurezza privata nei locali e durante alcune cerimonie in Campania. Ma D’Avino aggiunge un’altra tessera al mosaico: gli esecutori materiali potrebbero non avere avuto alcun movente personale e persino ignorare l’identità del destinatario dell’ordigno. Toccherà alla Procura stabilire chi abbia fornito l’indirizzo, indicato l’obiettivo e organizzato la catena di comando.












