di
Stefano Vicari
La vergogna provata per la foto privata che fa il giro della rete è una forma di sofferenza sempre più frequente tra gli adolescenti. Il neuropsichiatra spiega gli errori da non fare: minimizzare il fatto o colpevolizzare la vittima
Camilla ha tredici anni e frequenta la terza media. È una ragazza intelligente, vivace, molto legata alle amiche. A scuola è sempre andata bene, anche se negli ultimi mesi i genitori la vedono più nervosa, più chiusa, sempre più attenta al telefono. Nulla che, all’inizio, sembri davvero preoccupante.Poi, quasi all’improvviso, Camilla smette di voler andare a scuola.La mattina dice di avere mal di pancia. Poi mal di testa. Poi nausea. Chiede alla madre di restare a casa «solo per oggi». Il primo giorno i genitori pensano a un malessere passeggero. Il secondo a un’interrogazione. Il terzo cominciano a preoccuparsi. Camilla non vuole spiegare. Resta a letto, si gira dall’altra parte, risponde a monosillabi. «Non ci torno più», dice soltanto.Fino a poche settimane prima usciva volentieri con le compagne, commentava foto e video, passava ore a scrivere messaggi. Poi qualcosa è cambiato. Il telefono, prima sempre in mano, diventa un oggetto che la spaventa. Lo tiene vicino, ma non lo apre. Quando arriva una notifica sobbalza. Se i genitori le chiedono chi sia, risponde male. La notte dorme poco, controlla lo schermo, poi lo spegne, poi lo riaccende.Una sera il padre prova a parlarle con calma. Camilla esplode.«Non capite niente. Lo sanno tutti».






