«Per il diritto canonico non c’è alcun dubbio: la consacrazione di un vescovo senza il consenso del papa costituisce la violazione di una norma che comporta la scomunica. Dunque la responsabilità della rottura ricade sulla comunità lefebvriana che, pur consapevole della legislazione vigente, l’ha deliberatamente infranta». Lo storico Daniele Menozzi, professore emerito alla Scuola Normale Superiore di Pisa, studioso della Chiesa in età moderna e contemporanea, spiega al manifesto il nuovo scisma all’interno della Chiesa cattolica.

Oltre la messa in latino, cosa divide Roma da Ecône?

È tutto riconducibile al rifiuto dei lefebvriani del Concilio Vaticano II, di cui contestano in particolare tre documenti. La costituzione dogmatica sulla Chiesa, perché la collegialità episcopale come forma di governo della Chiesa universale minerebbe il primato petrino, ovvero l’autorità del papa. Il decreto sulla libertà religiosa, che mette in questione quello Stato confessionale che per loro costituisce il modello ideale di rapporto tra religione e potere. Il decreto sull’ecumenismo, che aprirebbe vie di salvezza anche ai membri di comunità non cattoliche.

È un nuovo scisma?

Nel 1988 la scomunica di Giovanni Paolo II a monsignor Lefebvre aveva determinato un primo scisma. Ma la decisione di Benedetto XVI, che voleva la ricomposizione con i tradizionalisti, di revocare la scomunica aveva limitato l’irregolarità canonica dei lefebvriani alla sospensione a divinis. Ora la consacrazione di nuovi vescovi senza il consenso di Roma determina automaticamente il ritorno ad una situazione scismatica.