Lefebvriani quasi fuori. «La Fraternità Sacerdotale San Pio X si prepara a consacrare nuovi vescovi senza mandato pontificio. Questo gesto equivale alla proclamazione di uno scisma», dice il sociologo Massimo Introvigne, direttore Cesnur e già delegato Osce per la libertà religiosa. La galassia tradizionalista come spina nel fianco per la Chiesa dialogante di Papa Prevost.
Lefebrviani scismatici? «Sì se infrangono la comunione gerarchica. La Fraternità lo sa bene perché lo ha già fatto nel 1988. Se decide di ripeterlo oggi lo fa con piena consapevolezza delle conseguenze. Non è un incidente disciplinare, ma la manifestazione visibile di un dissenso che da decenni è soprattutto di carattere dottrinale. La Messa antica è importante, ma non è l’unico problema. La questione della liturgia è solo la parte più visibile. C’è altro alla base». Dove nasce cioè il dissenso? «Anche se domani per paradosso il Papa restaurasse integralmente il rito della Messa preconciliare, lo scisma non si risolverebbe. La questione decisiva è la libertà religiosa: il rapporto tra Chiesa, Stato e modernità. La FSSPX non accetta l’insegnamento del Concilio Vaticano II su questo punto e non lo accetterebbe neppure se la liturgia tornasse a quella preconciliare. È un dissenso sulla struttura stessa della dottrina sociale cattolica». Negano la libertà religiosa? «Sì e ciò riguarda la visione politica e teologica della società. Sostengono che lo Stato debba riconoscere la Chiesa Cattolica e impedire il culto pubblico delle «false religioni» che, come afferma il lungo scritto che i lefebvriani hanno inviato a Leone, sono «opera del demonio». È una posizione che la Chiesa cattolica ha superato da decenni, riconoscendo che la libertà religiosa è un diritto umano fondamentale. Dunque non si discute di una sfumatura ma del rapporto tra Chiesa e modernità, tra fede e pluralismo. È un profondo dissenso dottrinale, non una questione disciplinare». Un salto nel buio insomma? «La loro posizione è paradossale e autolesionista. Ritengono che il Concilio abbia tradito la tradizione. La Chiesa invece l’ha sviluppata coerentemente nel contesto della modernità e degli Stati moderni. È un conflitto di identità, non di rubriche liturgiche. Gli Stati moderni non si occupano di teologia. Per loro la Chiesa Cattolica è quella che ha sede in Vaticano, e il cui leader, il Papa, è riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei cattolici nel mondo. Benché i lefebvriani possano pensare di essere gli unici veri cattolici, per gli Stati, dopo lo scisma, saranno una delle tante organizzazioni religiose diverse dalla Chiesa. I lefebvriani chiedono agli Stati di vietare queste religioni. Dovrebbero essere vietati anche loro. Non lo saranno perché la libertà religiosa protegge anche chi la nega». Strappo anche politico? «Sì. Il Vaticano II, con Dignitatis humanae, ha affermato che la libertà religiosa non è relativismo, bensì il rispetto di un diritto inscritto nella natura umana. Per la FSSPX questo è inaccettabile. La frattura peggiore è sulla concezione dello Stato, della società e della Chiesa nel mondo contemporaneo. La liturgia conta ma a la libertà religiosa incide ancora di più. Nodo intricato». La riconciliazione è fallita? «Roma ha chiesto alla FSSPX di riconoscere non solo la validità, ma anche la legittimità, della Messa riformata e di riconoscere i documenti del Concilio Vaticano II. La Fraternità ha risposto che non può farlo. Se non si accettano la legittimità e l’ortodossia del Concilio non c’è spazio per un accordo. E questo vale soprattutto per la “Dignitatis humanae” che la FSSPX considera un cedimento al liberalismo politico. È qui che le trattative si sono arenate, già sotto Benedetto XVI. Francesco e Leone non hanno cambiato la situazione: l’impasse era già totale. La consacrazione dei nuovi vescovi è il punto di non ritorno che crea una linea di demarcazione netta. La Fraternità lo compie perché ritiene che la Chiesa post-conciliare abbia abbandonato la fede autentica». Leone XIV può ricucire?«È una rottura che nasce da un dissenso dottrinale, non da un conflitto personale con il Papa. E quando il dissenso è dottrinale, anche uno spirito di tolleranza e benevolenza come quello di Leone non basta a ricucire. La FSSPX vuole un ritorno non solo alla Messa antica, ma anche a una visione delle religioni diverse dalla cattolica come frutto sempre dell’azione del Diavolo. Ciò è incompatibile con l’insegnamento attuale della Chiesa». Dopo lo scisma cosa vede? «Si consolideranno come polo identitario del tradizionalismo radicale, attirando gruppi che finora oscillavano tra Roma e la Fraternità. Secondo: si creerà una distinzione più chiara tra tradizionalisti “in comunione”, attaccati alla Messa tradizionale ma disposti a seguire il Concilio interpretato “in continuità”, e tradizionalisti “fuori comunione”. La consacrazione dei vescovi è pertanto un atto che definisce confini, e i confini sono decisivi nella sociologia dei movimenti religiosi. La libertà religiosa è il vero ostacolo all’accordo». Non ci sono più margini? «La Messa antica può essere regolata; la possibilità di celebrarla può essere ampliata o limitata: è una questione disciplinare. Ma la libertà religiosa è un principio dottrinale che la Chiesa considera parte integrante della comprensione della natura umana. Finché la FSSPX non lo accetterà, nessuna concessione liturgica potrà sanare la frattura. Lo scisma nasce dalla dottrina, non dalla liturgia. Solo sulla dottrina potrà forse essere risolto».













