«L’Angelo Mai ha fatto di nuovo una magia: ci ha rimessi insieme» viene detto a un certo punto della partecipata assemblea che si è tenuta ieri pomeriggio fuori dallo spazio a Via delle Terme di Caracalla, a cui la questura di Roma ha posto i sigilli all’alba di domenica scorsa, contestando la mancata attuazione di alcune misure di sicurezza. In effetti, tra le centinaia di persone nel parco antistante lo spazio chiuso, ci sono tanti pezzi di città che riflettono l’unicità dell’esperienza di Angelo Mai. C’è la comunità teatrale, per la quale il circolo Arci è a tutti gli effetti una «casa» – lo ha riconosciuto ufficialmente con il Premio Ubu del 2016 – un luogo prezioso per la creazione, in un contesto cittadino dove è in corso una evidente soppressione delle pratiche di ricerca del contemporaneo.
CI SONO i movimenti transfemministi, anche loro del tutto a «casa» all’Angelo, che ha scelto di dedicare il suo ultimo percorso di formazione alla comunità Flinta. Ci sono i numerosi spazi sociali della città, minacciati costantemente nella loro esistenza, nonostante se ne tessano poi le lodi per la produzione culturale dal basso che in questi ultimi anni non ha forse eguali in Europa. Ci sono gli esponenti della politica locale, e gli aspiranti tali – certo manca il sindaco Gualtieri – che per un pomeriggio sembrano poter ricucire anche le recentissime fratture, che non hanno per oggetto le sale teatrali ma i cinema dismessi in via del Corso.






