Dopo anni di lotte per sopravvivere, tre sgomberi e reiterate azioni giudiziarie, nella notte del 27 giugno la questura, con un dispiegamento di 12 agenti, ha messo i sigilli al Collettivo romano Angelo Mai. Come spiegato dai gestori del centro culturale in un post social, il controllo “ha trovato lo spazio inadeguato, nonostante il faticoso e oneroso percorso di adeguamento alle norme previste che abbiamo intrapreso da un anno”. Al momento dunque l’area nei pressi delle Terme di Caracalla è chiuso dopo le verifiche sulla sicurezza del luogo.
Dal 2018 il Collettivo indipendente è affiliato all’Arci e, nonostante viva in una situazione burocratico-giudiziaria precaria, continua ad essere un luogo per la produzione artistica e un punto di incontro per la creatività della Capitale. Nel comunicato, il gruppo di artisti spiega che da anni il circolo vive con il peso di “economie gigantesche da produrre per pagare la rateizzazione del Comune di Roma accanto al fermo desiderio – sottolineano – di non modificare la funzione e la vocazione dell’Angelo Mai”. Stando a quanto dichiarato, proprio in questi giorni il Collettivo era vicino all’assegnazione del luogo, il cui mancato raggiungimento, secondo i gestori, “racconta di un accanimento nei confronti di una realtà sgomberata già tre volte, arrestata, presa più volte di mira in maniera pretestuosa e violenta, ma comunque resistente da 22 anni”.







