"Non mi occupo di legge elettorale", lo dico tre volte.

È questa tripla negazione di interesse di Matteo Salvini a dare la misura del nervosismo della maggioranza. Che, ironia del destino, ha scelto di far slittare al 14 luglio l'approdo in Aula a Montecitorio della riforma della legge elettorale con l'argomento, poco felice per un ministro delle Infrastrutture, del caos treni annunciato come ineluttabile per la prossima settimana. La realtà, neanche tanto nascosta, è che non c'è accordo fra i leader sulle preferenze che Giorgia Meloni sembra volere a ogni costo e che né Salvini né Tajani vogliono reintrodurre. Accusano la premier di violare l'accordo fatto in coalizione che non le prevedeva o, meglio, che rinviava a un futuro emendamento. Emendamento che Fratelli d'Italia non ha presentato in commissione, ma che al massimo entro 15 giorni dovrà preparare per l'Aula. Sarà quella la cartina di tornasole della reale volontà della premier di superare le liste bloccate, dicono le opposizioni.

Lo scontro sulle preferenze divide la maggioranza

Lega e Forza Italia scommettono in quel caso sul voto segreto. E, se per caso dovesse passare, la Lega ha fatto sapere di essere pronta a bloccare l'intera legge al Senato. Costi quel che costi. Perché per gli alleati della premier il Melonellum, lo Stabilicum, secondo i controversi soprannomi della nuova legge elettorale, è una specie di boccone amaro: serve solo a lei questo rafforzamento dell'esecutivo con il premio di maggioranza, serve solo a lei l'abolizione dei collegi uninominali, così come l'indicazione del candidato premier per blindarla alla guida dell'opposizione, accusano fonti parlamentari della Lega. "Il pareggio è un problema suo", scandiscono.