Una rete che deve sostenere usi sempre più intensivi ha bisogno di ricavi che giustifichino la manutenzione e la modernizzazione: tariffe artificialmente compresse, nel lungo periodo, impoveriscono le aziende e degradano la qualità del servizio. E senza qualità anche i servizi streaming tanto utilizzati rischiano di non rispondere alle aspettative del consumatore. L’analisi di Sergio Boccadutri

I principali operatori italiani delle telecomunicazioni hanno aperto un fronte comune contro la revisione dei listini all’ingrosso che Fibercop ha presentato lo scorso 15 aprile. Le lettere all’Agcom parlano di aumenti ingiustificati, ricorsi al Tar contro le decisioni dell’Agcom e persino in sede civile. Vale la pena guardare meglio cosa c’è dietro questa offensiva, perché alcune cose non tornano e altre vengono raccontate al rovescio. La prima questione da mettere a fuoco è il cambiamento regolatorio da cui discendono i nuovi prezzi di Fibercop. Con la delibera 58/26/CONS dello scorso 16 marzo, l’Agcom ha riconosciuto Fibercop come operatore wholesale only (cioè che non ha rapporti coi clienti finali) ai sensi dell’articolo 80 del Codice europeo delle comunicazioni elettroniche.

È un passaggio di sostanza, non di forma. Per anni la vecchia Tim era verticalmente integrata (cioè possedeva la rete fissa e offriva i servizi ai clienti) ed era così soggetta all’obbligo di praticare sulla sua rete “affittata” ad altri operatori esclusivamente prezzi orientati al costo, un rimedio pensato per impedire che l’operatore proprietario dell’infrastruttura favorisse la propria divisione commerciale a scapito dei concorrenti. Dal 2025 in Italia c’è stata la prima separazione europea tra attività wholesale e retail di tipo strutturale: Tim e Fibercop sono oggi due realtà non solo legalmente separate ma anche con proprietà differenti.