La raccolta differenziata è il primo passo necessario all’economia circolare, ma da sola non basta. Per trasformare i rifiuti in nuovi prodotti servono impianti, innovazione, controllo ambientale e un rapporto costante con i territori. È su questo terreno che si misurerà il futuro del comparto, che anche dopo la fine del Pnrr non potrà fare a meno di una guida pubblica in grado di impostare una politica industriale di sviluppo.

Il contesto della costa toscana, portato oggi all’attenzione dell’Ecoforum legambientino in corso a Roma da Aldo Iacomelli – amministratore unico di Aamps, società operativa locale (Sol) livornese della realtà a capitale interamente pubblico Retiambiente, che ha in carico la gestione dell’igiene urbana sul territorio – mostra bene la sfida. In base ai dati Arrr in Toscana la raccolta differenziata dei rifiuti urbani ha raggiunto nel 2024 il 68,28%, con l’Ato Toscana costa al 71,36%, ma il riciclo effettivo resta stimato attorno al 53% dei rifiuti prodotti, mentre la discarica pesa ancora per circa il 30%.

Significa che non seguiamo ancora come dovremmo la rotta indicata chiaramente dalla gerarchia europea per la gestione rifiuti, che pone al primo posto la prevenzione seguita da riuso, recupero di materia, recupero di energia e smaltimento in sicurezza. Il mercato non riesce a internalizzare adeguatamente i segnali di prezzo che dovrebbero favorire gli step più “nobili” della gerarchia: come emerso infatti dal recentissimo studio Agici Il riassetto dei rifiuti urbani e le opportunità di crescita nelle principali tipologie dei rifiuti speciali, discariche e termovalorizzatori restano primi per redditività. Il riciclo resta il perno dell’economia circolare, ma oggi è anche una delle attività più esposte alla volatilità dei prezzi delle materie prime seconde, dell’energia e degli smaltimenti. Il valore tende invece a concentrarsi negli operatori integrati e nelle fasi terminali, anche per effetto della scarsità infrastrutturale del Paese.