Sto mangiando un’albicocca, mentre mi chiedo quale relazione esista fra il concetto di fatica proposto nella traccia d’esame e le considerazioni formulate da un candidato a proposito dell’umorismo pirandelliano. Sono seduto vicino all’uscita d’emergenza della seconda ala nord dell’istituto, al primo piano, in fondo al corridoio.
La mia condizione, albicocca o meno, è la stessa di svariate migliaia di insegnanti d’Italia in queste settimane insopportabili e divertenti, cioè quella di lavorare come membro esterno in una commissione dell’esame di maturità.
A marzo, dato che la mia materia non risultava fra quelle selezionate dal ministero per il mio corso di studi, mi sono messo a disposizione come commissario esterno; durante la prima settimana di giugno ho ricevuto la nomina e ora eccoci qua: io, una collega, l’albicocca, un ventilatore, e cinquanta temi da correggere.
Fra tutti i compiti richiesti alla nostra categoria, quello del commissario esterno è probabilmente quello più straniante: da un lato bisogna occuparsi delle stesse cose di cui ci si occupa ogni santo giorno di lavoro – accogliere i ragazzi, accompagnarli nelle attività, valutare il rendimento e adempiere alle inimitabili esigenze burocratiche – e dall’altro bisogna fare tutto questo al servizio di persone che non si conoscono affatto.











