La febbrile attesa della vigilia, il sonno agitato, l’angoscia di prestazione, l’attesa opprimente dei genitori, il volto severo dei commissari, la ripetizione dei programmi a voce alta recitata come un mantra, le fantasie di annebbiamenti e smarrimenti clamorosi durante il colloquio, la sfrontatezza temeraria del bluff o la memorizzazione disciplinata e compulsiva, il calcolo ansioso dei giorni, la liberazione finale. L’esame di maturità e il suo corteo di ricordi continua a riapparire per molti nei sogni, spesso nella forma dell’incubo. Esso tende a diventare la matrice di tutte le prove, di tutte le verifiche, di tutti i giudizi, assumendo l’aura epica dell’esame degli esami. L’esame di maturità ha delle gambe e ci insegue. Perché avviene? Perché è un uscio che si apre su di una terra ignota, perché sancisce la fine del mondo del figlio-studente e l’inizio del tempo delle scelte che faranno il nostro destino.
Maturità, consigli d’autore contro la paura del foglio bianco
di Paolo Di Paolo
Il problema è che questa apertura non è mai automatica: esige una prova soggettiva. Dobbiamo prendere la parola in prima persona di fronte all’Altro. Si tratta di prendere la parola in prima persona di fronte a un Altro che esprimerà su di noi un giudizio definitivo immodificabile. In numeri che si scolpiranno nei nostri curriculum vitae e nella nostra memoria. In questo esame si è tenuti a parlare rompendo lo specchio dell’uno a uno a cui si era abituati nelle verifiche in classe. Si parla per la prima volta a una Commissione in una sessione aperta al pubblico. Si prende la parola pubblicamente.












