di
Federico Rampini
Per anni abbiamo visto l’economia come l’alternativa alla guerra, ma la distinzione non regge. Oggi è chiaro che non l'ha sostituita, ma è diventata uno dei principali campi di battaglia. Per questo serve produrre di più e meglio
Per trent’anni ci siamo raccontati una storia rassicurante. Pensavamo che la globalizzazione avesse reso le guerre meno probabili, perché un mondo unito dal commercio e dagli investimenti avrebbe avuto troppo da perdere da un conflitto. L’economia era vista come l’alternativa alla guerra.Oggi la distinzione non regge. La guerra non si combatte solo con missili, droni, carri armati e portaerei. Si combatte anche con dazi, sanzioni, embargo, controllo delle materie prime, tecnologie strategiche, reti energetiche, microchip e cavi sottomarini. L’economia non ha sostituito la guerra: è diventata uno dei principali campi di battaglia.Basta guardarci intorno. La Russia ha usato per decenni il gas come leva politica verso l’Europa. La Cina limita l’esportazione delle terre rare indispensabili all’industria occidentale. Gli Stati Uniti bloccano la vendita a Pechino dei semiconduttori più avanzati. Le potenze competono per assicurarsi miniere di litio, impianti per batterie, intelligenza artificiale, energia nucleare, infrastrutture digitali. Dietro ogni grande scelta economica si intravede una questione di sicurezza nazionale.








