C’è una sola istituzione che gode davvero di ottima salute su questo confuso pianeta. La guerra. Mica come la politica, che osserva gli eventi dal balcone delle grandi intenzioni e raggiunge solenni disaccordi su tutto: mediare con la Russia o attaccarla, accordarsi per Hormuz o fare a bombe con l’Iran, investire in droni o tagliare le accise. La guerra no. La guerra è operativa. Ha le idee chiare e la cattiva abitudine di seguirle fino in fondo. Impara nelle trincee ucraine e poco dopo applica la lezione tra Libano e Galilea. Si schianta sui tetti della Romania, si insinua nelle nuove città nucleari cinesi nel bel mezzo del deserto. E, naturalmente, tiene vivo il tavolo delle trattative tra Washington e Teheran, dove ogni accordo dura quanto le previsioni del tempo. È, in altre parole, l’unica attività umana che sembra ancora capace di far accadere le cose.
Del resto, biasimare i limiti della politica o l’assenza di pensiero strategico oggi è un po’ come infierire su un paziente in coma. La politica, per funzionare, ha bisogno di una sola prerogativa irrinunciabile: una direzione verso cui puntare. Che, di questi tempi, è come chiedere a un navigatore satellitare di portarci a destinazione dopo avergli cancellato ogni mappa in memoria. L’ordine internazionale è saltato e con esso il presupposto che stessimo tutti sullo stesso Pianeta. Ognuno vede solo il frammento che più gli interessa: per Washington il mondo è un duello con Pechino e tutto il resto è una fastidiosa distrazione. Per Pechino è una corsa a non fare la fine di Washington e tutto il resto è una trappola pericolosa. Per Mosca è il 1999, con la Nato che avanza e il conto in sospeso. Per l’Europa è un esame di maturità per cui non ha ancora trovato il tempo di studiare. Più che una comunità internazionale, sembra una litigata furiosa tra persone convinte di commentare lo stesso film, salvo scoprire che ognuno ne guarda uno tutto suo. Nel vuoto lasciato dall’ordine scomparso, la guerra è l’unico vero soggetto rimasto. Sempre più autonoma nelle sue logiche e nelle sue traiettorie. Sempre meno “prosecuzione della politica con altri mezzi”, ma piuttosto ciò che resta quando la politica ha esaurito le idee e gettato la spugna. La cronaca quotidiana finisce così per ridursi alla conta dei missili intercettati, dei droni abbattuti, dei metri conquistati, delle navi affondate, dei bunker colpiti. Il guaio è che questo Risiko con i carri armati reali ha perso di vista i propri obiettivi e non accenna a rallentare, anzi: accelera, muta forma, occupa spazi che non aveva mai occupato prima. Corre così veloce da superare la propria capacità di comprendersi: una crisi esistenziale da eccesso di energia, non certo da debolezza.






