La scena è stata protagonista sui social per tutta la giornata di ieri. Il giornalista chiede al presidente degli Stati Uniti una definizione pratica di cessate il fuoco e quello gli risponde con prontezza accademica, da campione di relativismo. Si può parafrasare così: a certe latitudini l’unico cessate il fuoco possibile è uno in cui si spara solo un po’ meno del solito. È la solita bugia di Donald Trump, ignorante in materia e chiacchierone. Ma è anche un messaggio pericoloso alla nazione, alla sua nazione. Perché a poco più di tre mesi dall’inizio degli attacchi contro l’Iran, l’amministrazione Trump continua a difendere l’operazione come una necessità strategica. Solo che i numeri che emergono da studi economici, centri di ricerca e mercati finanziari raccontano un’altra storia: il conflitto che pesa già sui conti pubblici americani, sulle famiglie e sulla posizione finanziaria degli Stati Uniti nel mondo.
Secondo il Pentagono, solo nei primi sei giorni di operazioni il costo aveva già superato gli 11,3 miliardi di dollari. Kevin Hassett, direttore del National Economic Council della Casa Bianca, ha successivamente parlato di circa dodici miliardi spesi nelle prime due settimane. Altre stime, come questa riportata su Fortune da Linda Bilmes, docente di finanza pubblica alla Harvard Kennedy School, dicono che forse è molto peggio di così. Già ad aprile, Bilmes sosteneva che il costo complessivo della guerra «supererà probabilmente il trilione di dollari», perché le valutazioni ufficiali non includono gli effetti di lungo periodo: assistenza ai veterani, invalidità permanenti, ricostruzione delle infrastrutture e interessi sul debito. Costi che ovviamente pagheranno anche le prossime generazioni di americani.







