Se giudicassimo i fatti in Iran dai reel distopici della Casa Bianca si potrebbe avere la percezione che vada tutto secondo programma. “La guerra si fermerà presto, quando lo deciderò io”, dice il Commander in Chief più imprevedibile della storia moderna. Per non essere offuscati dai fumi della propaganda osserviamo i dettagli.
Mentre decine di navi di tutto il mondo restano in rada in attesa di capire se e quando poter attraversare lo stretto di Hormuz, l'Iran sta vendendo più petrolio di quanto non accadesse prima della guerra. Dal 28 febbraio sette petroliere hanno caricato greggio con probabile destinazione la Cina, partner numero uno degli ayatollah. Il luogo strategico delle esportazioni iraniane è la piccola isola di Kharg, una cinquantina di chilometri dal porto di Bushehr, circondata da acque profondissime: da lì parte il novanta per cento delle navi e transitano 1,5 milioni di barili al giorno. Ebbene, in dodici giorni di guerra quello è l’unico luogo lasciato intatto dai bombardamenti americani e iraniani. Secondo Neil Quillam di Chatham House, se avvenisse i prezzi schizzerebbero a 150 dollari il barile, trenta sopra il picco raggiunto dopo l’inizio del conflitto.
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