Non c’è dubbio che quella in Iran passerà alla storia come la prima vera “guerra dei droni”. Ma è su un campo di battaglia virtuale - con effetti tutt’altro che virtuali - che si giocano in realtà da due settimane le mosse e i colpi più decisivi di questo conflitto: è quello del prezzo del petrolio scosso dalla “guerra dei droni” e poi puntualmente aggiustato dalla “guerra delle parole” di Trump. Ogni giorno uno più annunci via Truth social per far intravedere uno scenario di sblocco dello Stretto di Hormuz da cui passa il 20% del greggio mondiale (perlopiù verso l’Asia) e non far impazzire le quotazioni del Brent. Qualcuno lo chiama il “bazooka di Trump” e l’obiettivo minimo è tenerlo almeno sotto 100 dollari al barile. Il tempo necessario per chiudere gli attacchi, si dice.
È successo anche ieri. «Teheran liberi lo Stretto o distruggeremo le infrastrutture del petrolio». Anche l’ultimo messaggio di Trump al risveglio dell’Europa, seguito all’attacco notturno all’isola di Kharg (solo agli obiettivi militari per ora), è infatti un messaggio in codice al mercato, una sorta di tentativo di “stop loss”, per usare un termine caro alle Borse, di “argine i danni” per un prezzo del petrolio che da oggi, dall’avvio dei futures sui mercati asiatici, darà il suo giudizio sugli effetti degli attacchi all’isola a 25 chilometri al largo dell’Iran. Un attacco che per l’effetto paura congela un altro po’ di petrolio, questa volta anche quello iraniano dice Jp Morgan, nel Golfo tracciando un nuovo scenario di stress su flussi e prezzi. Considerando anche che nei giorni scorsi l’Iran era riuscita ad esportare da Kharg livelli record di greggio (3 milioni di barili al giorno), quasi tutti verso la Cina.














