Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
17 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 8:09
Il drone che nelle scorse ore è piombato sulla Fujairah Oil Industry Zone ha causato un incendio che ha interrotto per alcune ore le operazioni nel principale hub di stoccaggio petrolifero del Medio Oriente. Teheran aveva già colpito impianti in Arabia Saudita e Kuwait, ma il raid contro l’impianto situato appena al di fuori dallo Stretto di Hormuz è un salto di livello nella risposta dell’Iran agli attacchi di Stati Uniti e Israele. La sua posizione consente agli Emirati Arabi di esportare oltre 1,7 milioni di barili al giorno di greggio e derivati (l’1,7% della domanda mondiale) senza passare per lo stretto, chiuso dalla Marina dei Pasdaran. Colpire Fujairah significa mettere pressione sull’intero sistema energetico del Golfo e dimostrare che nessuna infrastruttura è al sicuro, ma anche minacciare il sistema globale in un momento di forti tensioni causate dalla chiusura del choke point da cui finora è passato il 20% del greggio del pianeta.
Il riflessi della chiusura di Hormuz pesano sui mercati – il barile è stabile oltre i 100 dollari – e sui prezzi al consumo. Non è un caso che finora gli Stati Uniti abbiano evitato di colpire gli hub petroliferi iraniani. Negli States un gallone di benzina oggi costa in media 3,71 dollari quando a febbraio non andava oltre i 2,92 (+27%), con punte di 5,50 dollari in California (dove però la tassazione è più alta). A novembre ci saranno le elezioni di medio termine e Donald Trump, già alle prese con l’inflazione, non può permettersi che i prezzi vadano fuori controllo. In questi primi 17 giorni di guerra, quindi, lo US Central Command ha colpito obiettivi militari o nucleari evitando le infrastrutture energetiche per evitare shock nei mercati globali. Anche i raid del 13 marzo sull’isola di Kharg hanno distrutto depositi di mine navali e siti missilistici, ma non hanno toccato gli impianti attraverso cui passa il 90% del petrolio di Teheran.














