Il costo della guerra, per il Pentagono, si misura sul livello delle scorte di munizioni rimaste. Come ai tempi dei fortini nel Far West. Un'inchiesta del New York Times calcola tra 28 e 35 miliardi di dollari bruciati in poco più di un mese e un ritmo di consumo di missili da crociera e intercettori che la macchina militar-industriale americana non è in grado di sostenere. Su questo squilibrio, che penalizza gli Usa anche nel confronto a distanza con Cina e Russia, si gioca oggi il negoziato con Teheran.

Il "conto della spesa" riporta l'impiego finora di oltre 1.100 missili da crociera a lungo raggio, più di 1.000 missili cruise Tomahawk, oltre 1.200 intercettori per la difesa aerea Patriot e più di 1.000 missili terrestri tra Precision Strike e Atacms. In poco più di un mese, gli americani hanno consumato anni di produzione, drenando risorse dai teatri europeo e asiatico e riducendo la prontezza complessiva. Risultato: meno scorte, meno tempo. E una più limitata forza negoziale.

Una precedente analisi del New Yorker aveva già evidenziato lo scarto strategico: i sistemi progettati per uno scenario ad alta intensità contro la Cina sono stati usati contro l'Iran, che ha armi più semplici ma efficaci. I Tomahawk sono capacità di prima linea, pensati per aprire corridoi in un conflitto nel Pacifico. Attingervi nel Golfo significa consumare oggi ciò che servirà domani.