La campagna americana in Iran sta andando "molto bene.

Da 1 a 10, le darei 15. Abbiamo distrutto le comunicazioni e 42 navi. Abbiamo fatto un favore al mondo". A una settimana dall'avvio dei bombardamenti, Donald Trump traccia un primo bilancio e mostra di non voler arretrare neanche di un millimetro fino alla resa completa e definitiva di Teheran.

Un obiettivo da raggiungere con attacchi serrati ("li colpiremo ancora molto duramente") e ampliando l'operazione a nuovi target finora non nel mirino. E con lo schieramento di una terza portaerei, la Uss George H.W. Bush, salpata verso il Mediterraneo insieme a una flotta di altre quattro navi da guerra.

Ma non basta. Per centrare l'obiettivo della "completa distruzione" del nemico, Trump inizia a pensare seriamente anche all'ipotesi di schierare un ristretto numero di truppe nel Paese, aprendo così la strada a quell'operazione di terra da tanti temuta, soprattutto negli Stati Uniti in un anno elettorale.

Al momento il commander-in-chief avrebbe paventato l'idea solo a un ristretto gruppo di collaboratori, in privato, spiegando - secondo indiscrezioni di Nbc - che il dispiegamento sul terreno sarebbe necessario per mettere al sicuro l'uranio iraniano e assicurarsi che il nuovo regime di Teheran collabori con gli Stati Uniti sul petrolio, così come Delcy Rodriguez sta facendo in Venezuela dopo la rimozione di Nicolas Maduro. Dunque, non un'invasione terrestre su larga scala, ma piccoli contingenti per operazioni mirate.