«Lavoro sulla questione israelo-palestinese da vent’anni. Da questa questione si capiscono logiche che sono diventate sempre più ampie: questo, infatti, è attualmente il conflitto urbano più lungo che abbiamo mai visto e spiega bene quali siano le logiche militari moderne applicate alle città». Francesco Chiodelli insegna geografia economica e politica all’Università di Torino dove dirige il Centro di ricerca interdipartimentale in Studi Urbani e si è messo in testa di raccontare l’urbanizzazione della guerra che ha nelle vicende di Gaza il suo picco massimo ma che passa anche attraverso la militarizzazione delle nostre città, le zone rosse, gli stati di eccezione, la sorveglianza digitale e l’architettura difensiva. Chiodelli ha sentito una vera necessità, nello scrivere e nel pubblicare Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana (pagine 142, euro 15,00) per Bollati Boringhieri: «La ricerca sull’urbanizzazione delle guerre non è molto praticata, anche in ambito accademico. Questo libro è un tentativo di parlare al mondo accademico e anche al più vasto pubblico, fuori dalla geopolitica scritta indossando il cannocchiale: cerco di inquadrare il rapporto tra Stati in un perimetro concreto, tangibile e conosciuto».Le nuove guerre hanno riportato l’assedio in auge, come pratica di guerra. Da Troia a Gaza cosa è cambiato?«Tra il passato e il presente ci sono due macro-differenze. La prima: negli ultimi quarant’anni le città si sono ampliate mentre gli eserciti si sono ridimensionati. Non ci sono più eserciti che cingono, che circondano le città. Ma sono macchine molto complesse, altamente tecnologiche e manovrate a livello globale. Inoltre, l’assedio adesso prende altre forme: è primariamente una minaccia alle infrastrutture energetiche o comunque alle reti infrastrutturali che, se colpite, sono più velocemente letali di un assedio classico. Il caso di Gaza ci racconta forme diverse di assedio. Intanto, è un percorso articolato che parte nel 2007 e che è stato disegnato e tagliato in modo molto specifico: è un assedio permanente nel perimetro e intermittente nell’intensità. Il suo fine ultimo e attuale impedisce la ricostruzione di Gaza da parte dei gazawi. È la quintessenza dell’urbicidio che nasce dall’impossibilità di costruire un futuro concreto e vivibile per la città e per i suoi abitanti».Quanto conta negli urbicidi l’assetto delle guerre attuali dove solitamente non si confrontano due eserciti regolari ma dove prevale la tecnica di guerriglia?«Certamente una delle ragioni è il modus operandi delle milizie. “Lasciate che le nostre città siano le nostre paludi”, sostengono. Ed in effetti è vero: le città sono luoghi ideali per la guerra asimmetrica. La città ha una sua potenzialità che paradossalmente può annullare anche la capacità operativa di truppe ipertecnologiche. I centri urbani possono diventare labirinti difficili da penetrare, fino ad un certo grado di avanzamento degli eserciti regolari. Ecco perché le milizie hanno cercato di “demodernizzare” la guerra all’interno degli ambienti urbani: da qui i tunnel, le barricate di macerie, gli ordigni esplosivi improvvisati (Ied). Per esempio, la battaglia del campo profughi di Jenin configurò già queste caratteristiche operative con le milizie filo-Hamas che si contrapponevano all’esercito israeliano usando le barricate e la guerriglia urbana, al punto che l’Idf rase al suolo il campo. La verità è che le città e la loro urbanistica costituiscono un elemento di vantaggio per chi resiste. Il problema sono i civili che vengono tirati in mezzo in modo brutale. Tariq Aziz che fu ministro degli Esteri in Iraq dal 1983 al 1991 aveva già compreso questi meccanismi durante le guerre del Golfo».Le città di cui parliamo sono sempre abitate. Dunque, cosa ne è dei civili negli urbicidi?«Secondo il diritto internazionale, le guerre urbane non andrebbero combattute mai. Bisognerebbe astenersi da siffatti confronti. Ma la retorica delle armi di precisione ha finito per prevalere e le ha giustificate. Questa precisione è solo parzialmente vera. A ciò si aggiunga la caratteristica delle guerre asimmetriche che hanno la difficoltà di distinguere il militare dal civile e in questa forbice si aprono praterie: si pensi agli abbattimenti di scuole, asili, università, ospedali, tutte azioni che a Gaza sono sempre state giustificate dall’Idf con il fatto che in quelle strutture si annidassero dei miliziani e/o che i civili non fossero tali. Le città continuano dunque ad essere una trappola complessa per le guerre asimmetriche la cui ultima frontiera sono i droni, sempre più autonomi e perfezionati, tanto più se utilizzano l’intelligenza artificiale e la raccolta dei dati sulla base delle fonti più diverse: dalle telecamere con il riconoscimento facciale, ai telefoni, fino alle immagini satellitari».Gli urbicidi saranno ancora più facili con l’introduzione dell’AI nei sistemi di arma da fuoco?«I dati sono il cuore delle guerre contemporanee. La grande frontiera che si apre è dunque quella sull’autonomia e sulla capacità decisionale di questi sistemi. Finora abbiamo difeso con forza l’idea che l’ultimo vincolo decisionale spettasse alla manualità dell’operatore umano. E dobbiamo difenderla in ogni modo, impegnandoci nelle campagne internazionali contro i sistemi automatizzati».Che ruolo ha negli urbicidi anche il nuovo sistema obbligatorio del dual use civile-militare che le aziende stanno imponendo ai ricercatori, proprietari di brevetto?«Ci vuole una riforma di resistenza al dual-use. È sempre più doverosa, soprattutto nella misura in cui la ricerca, nelle aziende, è sempre più necessaria. Questo è anche il motivo per cui la ricerca è diventata sempre più endogenica alle aziende e, dunque, difficilmente aggirabile. Rispetto agli anni Cinquanta, c’è poca consapevolezza sulla gravità e sulle ripercussioni di questo tipo di obblighi per gli scienziati».Qual è l’urbicido più grave della storia?«Certamente, come singolo e breve atto, il bombardamento nucleare su Hiroshima e Nagasaki. Sul lungo periodo, non c’è dubbio che Gaza sia un urbicidio in piena regola e tra i più efferati».
Geopolitica: l'assedio e la trappola dell'urbicidio
Il geografo Francesco Chiodelli spiega come la guerra ha conquistato le città e come i centri urbani sono diventati labirinto perfetto per conflitti asimmetrici






