Verso la fine degli Anni 80 chi si occupava di disarmo nucleare aveva buone ragioni per dichiararsi soddisfatto. I grandi accordi tra Est e Ovest – il trattato START tra Stati Uniti e Unione Sovietica, con le negoziazioni che avevano ridotto gli arsenali su entrambi i fronti – sembravano confermare che decenni di pressione scientifica e diplomatica avevano prodotto risultati concreti e la comunità che aveva sostenuto quel percorso guardava al futuro con un ottimismo. Tuttavia, quella sfida globale, che sembrava vinta, negli ultimi anni si è riproposta in modo preoccupante: le guerre Russia-Ucraina e in Medio Oriente hanno riportato il tema degli armamenti nucleari al centro del dibattito internazionale. E così la possibilità di un impiego effettivo di queste armi, sempre più evocata, non appare più uno scenario estremo da scongiurare, ma un’opzione sul tavolo a tutti gli effetti. Questi temi sono stati al centro del convegno “Proliferazione/Non-proliferazione nucleare”, tenuto all’Accademia Nazionale dei Lincei il 25 giugno in ricordo di Francesco Calogero, fisico e intellettuale, scomparso a 90 anni il 26 gennaio scorso, che per decenni ha rappresentato una delle voci più autorevoli dell'impegno scientifico contro la corsa agli armamenti. “Vogliamo ricordare la lunga attività di Calogero come sostenitore della pace nel mondo”, ha spiegato Luciano Maiani, fisico, professore all’Università La Sapienza di Roma e membro dell'Accademia dei Lincei. “Occorre risollevare insieme tutta la spinta che c'è stata negli ambienti scientifici negli ultimi 25 anni per impedire la corsa verso le armi nucleari”. La preoccupazione ha una base scientifica che negli ultimi decenni è diventata sempre più solida, grazie alla capacità crescente di simulare con precisione i meccanismi dell'atmosfera e le conseguenze di eventi catastrofici su scala globale. Applicando gli stessi modelli che utilizziamo per studiare il riscaldamento climatico, i ricercatori sono oggi in grado di stimare che cosa succederebbe in caso di un conflitto nucleare esteso: l'innesco di un inverno nucleare causato dalla polvere e dal fumo immessi nell'atmosfera dalle esplosioni, il collasso delle produzioni agricole su scala planetaria, l'interruzione dei cicli che rendono la Terra abitabile per la maggior parte delle specie viventi. Gli studi sulle conseguenze di un conflitto nucleare portano a una conclusione che richiama, nei suoi meccanismi fondamentali, l'impatto dell'asteroide che 66 milioni di anni fa portò all’estinzione dei dinosauri. Un’analogia che non è una metafora evocativa, bensì una valutazione basata sugli stessi strumenti di calcolo che utilizziamo per modellare il clima. In entrambi i casi la causa scatenante è una quantità enorme di particelle immesse nell'atmosfera che blocca la luce solare, capace di interrompere la fotosintesi e innescare un collasso a cascata delle catene alimentari su scala planetaria. La differenza - sottolinea Maiani - è che l'asteroide non era prevedibile né evitabile, mentre una guerra nucleare lo sarebbe. “Insomma, un comportamento miope potrebbe portare all'estinzione della vita sul nostro pianeta: su questo punto non ci sono più incertezze”. E ancora: “La scienza ha fatto chiarezza, ma gli scienziati non sono quelli che decidono”. Accanto al nucleare, negli ultimi anni, si è aggiunta una seconda preoccupazione che la comunità scientifica fatica ancora a inquadrare con precisione, proprio perché si muove più velocemente di qualsiasi tentativo di regolamentazione: l'Intelligenza Artificiale applicata al settore militare. La questione non riguarda tanto la potenza distruttiva di nuove armi, quanto la possibilità che sistemi automatici vengano coinvolti nelle scelte operative di un conflitto, fino al punto di decidere autonomamente quando e contro chi agire, sottraendo quella decisione al controllo umano. A differenza del nucleare, attorno al quale decenni di trattati hanno costruito almeno un quadro normativo di riferimento condiviso, l'IA in ambito militare si sviluppa ancora in assenza di regole internazionali consolidate, rendendo difficile prevedere come e quanto velocemente questo scenario possa concretizzarsi. “La preoccupazione più grande è che l'IA possa intervenire nei momenti decisionali più delicati, quelli in cui si stabilisce se togliere la vita a una o più persone, sottraendo quella scelta al controllo e alla responsabilità degli esseri umani - osserva Maiani -. Questa sarà una delle grandi preoccupazioni dei prossimi anni e la comunità scientifica non può sostenere la retorica dello sviluppo duale (civile e militare assieme, ndr) della tecnologia”. C'è poi una distinzione che nel dibattito pubblico viene a volte fraintesa, con conseguenze non trascurabili sulla qualità della discussione: quella tra nucleare militare e nucleare civile. Sono tecnologie distinte, governate da logiche diverse, sviluppate da attori diversi e orientate a scopi che non potrebbero essere più lontani. Confonderle, in una iper-semplificazione dove la parola nucleare evoca quasi automaticamente la dimensione bellica, significa rendere più difficile una valutazione razionale di entrambe. “Il nucleare come fonte di energia è una tecnologia testata e approvata in numerosi contesti e, in prospettiva, rappresenta una delle risposte possibili alla crisi climatica - sottolinea Maiani -. Trattarlo come appendice della minaccia atomica significa rinunciare a uno strumento che potrebbe rivelarsi prezioso nella transizione energetica”.