Ogni crisi internazionale lascia tracce misurabili e gli scienziati lavorano per metterle a sistema e dare un senso alla fase che stiamo attraversando. Indicatori e modelli aiutano a cogliere quanto siano cambiati gli equilibri globali e come ciò incida sulle decisioni politiche che riguardano la sicurezza collettiva.

L’idea che esista un grado di rischio quantificabile per una guerra atomica può sorprendere, ma da decenni fisici, analisti strategici e istituzioni internazionali lavorano per trasformare segnali complessi in indicatori capaci di descrivere l’evoluzione degli arsenali, delle relazioni tra Stati e del rispetto degli accordi. È proprio in questa intersezione tra conoscenza scientifica e diplomazia che si gioca parte della sicurezza globale: capire come funziona la deterrenza, quali equilibri la sostengono e quali segnali possono incrinarla aiuta a leggere le fragilità del sistema internazionale.

Durante il convegno "Guerra e pace: nelle prospettive economiche, sociali, morali e religiose”, organizzato all’Accademia Nazionale dei Lincei, dall’1 al 3 dicembre, un gruppo prestigioso di studiosi, tra cui Giorgio Parisi, Massimo Cacciari e Paolo Benanti, ha ragionato sulle cause profonde della guerra e sulle condizioni necessarie per costruire una pace reale e duratura. Tra i protagonisti anche Luciano Maiani – fisico teorico, membro dell’Accademia dei Lincei e professore emerito a La Sapienza di Roma, già direttore generale del CERN e presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche – con cui abbiamo parlato di come la scienza possa misurare il rischio nucleare e, allo stesso tempo, mantenere aperti spazi di dialogo anche nei momenti di maggiore tensione.