di
Carlo Rovelli
In un saggio per Solferino, il fisico riflette sulla minaccia atomica e sulle responsabilità di scienza e politica. il punto non è vincere, ma cercare soluzioni ed evitare il conflitto. Qui un estratto
Il giorno prima di un terremoto, nessuno pensa al terremoto. Mio padre mi raccontava che, la settimana prima del collasso, il parlamento della Repubblica di Salò aveva votato una riforma delle poste. Come se tutto dovesse continuare eguale per sempre. Il giorno prima dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, nessuno immaginava l’imminenza della Prima guerra mondiale. Le potenze si armavano sempre di più (come oggi) con l’idea che «se vuoi la pace prepara la guerra» (come oggi), si dichiaravano devote a difendere gli alleati (come oggi) e con l’idea (come oggi) che se sei ben armato e hai buone alleanze, non si fa la guerra. Nelle ricorrenti catastrofi in cui l’umanità si è gettata da sola, i Paesi ci si sono il più delle volte trovati senza rendersene conto, in periodi (come oggi) in cui crescono belligeranza, investimenti in armamenti, e paure reciproche. Non chiudiamo gli occhi. I nostri politici non sono lungimiranti, come non sono stati lungimiranti i politici del passato. L’impressionante serie di calcoli sbagliati che ho elencato nelle pagine precedenti mostra quanto poco razionale sia l’arte della politica, e quanto poco affidabili siano le élite che decidono.







