Che meraviglia, la fisica italiana: quando non siamo impegnati a spiegare l’universo, troviamo sempre un momento per spaccarci l’atomo... tra di noi. Da una parte Carlo Rovelli, che in un episodio della serie del Corriere della Sera “La bomba atomica” sembra dipingere Enrico Fermi come il cattivo di un film di guerra. Dall’altra Angela Bracco, presidente della Società Italiana di Fisica, che lo difende come fosse San Enrico Martire della Reazione a Neutroni. E in mezzo il pubblico: attonito, per le due versioni inconciliabili. La verità, come spesso accade in fisica e in storia, non sta in un like o in un titolo ad effetto: Fermi era un genio, ha avuto un ruolo chiave nel “Progetto Manhattan”, il programma americano di ricerca che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche durante la seconda guerra mondiale. In questo senso, ha visto la fisica correre più veloce della coscienza - e tutto questo si può raccontare senza trasformarlo né in eroe di marmo né in villain assetato di plutonio. Altrimenti finiamo a discutere se il frac di Stoccolma fosse resistenza, invece di chiederci come raccontare il nucleare ai ragazzi senza propaganda. Nel capitolo “1934 Enrico Fermi” della serie del Corriere, Rovelli presenta un ritratto cupo dello scienziato. Il tono, narrativo ma tagliente, ha scatenato la replica indignata di Bracco: «Screditato e infangato», accusa, ricordando i contributi di Fermi e il contesto dell’epoca.