Giorgia Meloni prende molto sul serio il fascista Vannacci, che facilmente riconosce come una sua costola. Non ingannano le dichiarazioni con cui prova a liquidarlo sostenendo che fa il gioco della sinistra. Lo prenderebbe con sé, capisce quanto sia facile per il generale raccogliere consenso nella comoda posizione di unico oppositore a destra. Per anni Meloni ha fatto lo stesso, ma ora al governo c’è lei e il posto al sole lo ha preso un altro, spostandolo ancora più a destra. Per questo la premier sta provando a portarlo dalla sua parte.

Sarà spiazzato chi da tempo ha elevato Meloni nel pantheon del liberalismo, ritraendola come la statista conservatrice ma costituzionale, nazionalista ma anche europeista che non è mai stata. O forse si adeguerà, per benedire anche l’abbraccio della madre della patria con l’autoproclamata feccia, casomai dovesse riuscirgli. Non poniamo limiti. Di certo Meloni ci sta tentando.

È per questa ragione che l’altra sera in tv ha proposto l’ennesimo saggio di revisionismo storico, parlando di un presunto tabù per cui i presidenti della Repubblica sono stati tutti di centrosinistra. Come se non fossero esistiti Leone e Segni eletti con i voti del Msi, il secondo aspirante golpista, come se non ci fosse stato il presidente Gronchi artefice del governo Tambroni, come se Einaudi o Scalfaro fossero dei progressisti. Meloni voleva lanciare un’esca e Vannacci l’avrà colta: insieme possono prendersi il Quirinale.