"L’Albania non è in vendita. La vostra fine è arrivata", recita a caratteri cubitali uno striscione issato sulla balconata dell’Università pubblica di Tirana, su cui è disegnato un fenicottero che acciuffa un uomo dagli occhiali tondeggianti: è Edi Rama, il primo ministro albanese.Un mese dopo, la rivoluzione dei fenicotteri, nata per contrastare la costruzione del resort di lusso firmato Affinity Partners - la società edilizia di Jared Kushner, marito di Ivanka Trump - a Zvernec, nella riserva naturale di Vjosa-Narta (primo parco Wild River d’Europa) dove nidificano specie protette, resiste più forte che mai. Tutti i giorni, nonostante l’ondata di calore estremo che sta vessando anche l’Albania, sono decine di migliaia le persone in protesta pacifica per le strade della capitale. La tutela del patrimonio ambientale è stata apripista di un ragionamento politico più ampio, che ha poi incluso i problemi nella sanità, nell’istruzione, nei servizi pubblici e che è arrivato fino all’accusa di corruzione di tutto il sistema. Tirana chiede le dimissioni del primo ministro, l’instaurazione di un governo tecnico per allontanare tutti i corruttibili dall’Assemblea dell’Albania e l’abrogazione delle leggi per l’avanzamento strategico di cui sta beneficiando Kushner. Gen Z, anziani e passeggini si mescolano nella folla, per agevolare i genitori sono stati organizzati degli asili nell’area di ritrovo: qualche cartellone a terra, pennarelli e pastelli a cera e supervisori che a turno si danno il cambio per permettere a tutti di ascoltare. A dare il supporto è tornata anche la diaspora albanese, che conta circa un milione di persone tra Italia, Germania e il resto del mondo.Durante un intervento l’attivista Sidorela Vatnikaj esibisce gli “Albanian Files”, un dossier da consegnare alla Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata (Spak) contenente le accuse di corruzione a tutta la classe politica, inclusa l’opposizione di b, e i giochi di potere con cui, secondo Vatnikaj, Rama "crede di poter essere un re".Era dagli anni ‘90, dalle manifestazioni per la liberazione dal regime comunista, che le piazze albanesi non erano così straripanti. Dopo trent’anni di stasi, tutta l’area dei Balcani occidentali sta vivendo una lunga primavera di rinnovata consapevolezza politica, capitanata dalla Gen Z e dalle lotte ambientaliste e anti-corruzione. Il rumore stridente dei fischietti a Tirana è lo stesso che si sente tra le piazze serbe, gremite da quando, a seguito del crollo della pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad circa venti mesi fa, mortale per 16 persone, il governo non si è assunto la responsabilità dell’accaduto. La sfiducia nei confronti del governo serbo, autoritario e violento, oggi è così forte che i manifestanti sono scesi in piazza con veemenza anche a seguito della promessa di dimissioni del presidente Aleksandar Vučić, dichiarata il 27 giugno, perché le elezioni anticipate rischiano di risolversi senza un reale cambiamento.Con ostinazione i manifestanti serbi hanno dimostrato che la sfida alle istituzioni è possibile e che, se ci sono in ballo libertà e diritti, la resa non è un’opzione. Sono le immagini delle vie di Belgrado inondate di persone e delle lunghe marce per il Paese il detonatore delle rivendicazioni nel resto dei Balcani. In Bulgaria, a dicembre 2025, la grande ondata di proteste porta alle dimissioni del primo ministro Rossen Zhelyazkov. A marzo 2026, la Bosnia ed Erzegovina scende in piazza dopo che il deragliamento di un tram malmesso ha causato la morte del 23enne Erdoan Morankić. E ora, l’Albania. Emiljia Milenkovic, attivista serba e studentessa della facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Belgrado, sostiene che "il movimento studentesco in Serbia sia fonte di ispirazione. Nasce da un desiderio profondo e sincero di cambiamento e da emozioni che molte persone si portano dentro da anni, ma non sempre hanno avuto il coraggio di esprimere". Seppur non si possa parlare davvero di un movimento transbalcanico, date le forti differenze tra Paesi ancora nazionalisti e la ferita aperta della pulizia etnica e dell’indipendenza del Kosovo, le richieste e le pratiche di lotta serbe hanno raggiunto il resto dei Balcani attraverso i social media. Su Instagram circola un reel in cui attivisti da Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Slovenia e Montenegro, con i piedi a bagno nel fiume Neretva, gridano "Giù le mani da Vjosa-Narta e dai Balcani". Tra di loro c’è anche Aida Kapetanovic, ambientalista bosniaca ed ex-ricercatrice della Scuola Normale di Pisa: "I confini sono estremamente porosi, le persone li attraversano per sostenersi l'un l'altra. Sotto la superficie, nell’area c’è già da anni questo network: in fin dei conti, abbiamo una una storia e una cultura politica comune", racconta.Il sostegno al popolo albanese è arrivato anche dall'Alleanza regionale per la difesa della natura dei Balcani: "La foresta non alza la voce quando è in via di estinzione e gli uccelli non possono votare. Gli alberi di Zvernec non possono difendersi. Ecco perché la gente deve parlare a nome di questo posto, prima che sia troppo tardi. Questa lotta fa parte di un conflitto più ampio tra interesse pubblico e modello di sviluppo che vede la natura esclusivamente come una risorsa di profitto, consentita dalle “nostre” élite locali. Ecco perché diciamo ai nostri amici in Albania: non siete soli! Le comunità riunite nell'Alleanza riconoscono la vostra battaglia come la loro", si legge in un comunicato."Quello a cui stiamo assistendo ora in Albania, Croazia e Serbia suggerisce che non si tratta di eventi isolati, ma di espressioni di una frustrazione condivisa verso la corruzione, l'abuso di potere e la persistenza dello status quo - racconta Milenkovic -. Sento una solidarietà forte ed esplicita verso i giovani che protestano in tutta la regione. Le nostre lotte sono profondamente connesse perché i sistemi a cui ci opponiamo sono spesso costruiti sugli stessi schemi di corruzione, autoritarismo e manipolazione". Kapetanovic punta l’accento sui giovani: "L'aspetto interessante nei Balcani è che la generazione alla guida dei movimenti è la prima nata nel dopoguerra degli anni ‘90, libera dalle narrazioni che hanno tenuto intrappolata la società in divisioni su base nazionalista. Ora c’è una volontà condivisa di cambiare questa situazione". Nonostante per il momento manchino pratiche serbe come i plenum, i blocchi stradali e le occupazioni delle Università, i meme virali e stampati sui cartelloni sono riusciti a unire Paesi che dialogano con estrema difficoltà. I media tradizionali non hanno diffuso, se non per denigrarle, le proteste serbe e lo stesso sta avvenendo per quelle albanesi. Tramite i canali social si può valicare il confine: "Questi giovani sono content creator nelle piazze - afferma Kapetanovic -. Personaggi e parole emergono grazie ai social, online si possono diffondere questi immaginari e possono essere applicati al proprio contesto". Uno dei contenuti più condivisi è quello che recita “Ivanka Trump-Columbus this is not the Ocean”. Questa terra, come un’altra secoli fa, ha già i suoi autoctoni che non hanno intenzione di rinunciarvi.