È iniziata come un vicenda locale. A metà maggio un gruppo di residenti inferociti si raduna davanti alle reti di un cantiere nel cuore di una riserva naturale. Un mese dopo quello che sta accadendo in Albania viene paragonato, per rilevanza, alle proteste che, tra il 1990 e il 1991, fecero crollare le pareti già logore del regime comunista. Non è detto che il movimento popolare di oggi, che si è autoproclamato «la rivoluzione dei fenicotteri», riuscirà a far cadere il governo in carica, o a impedire la costruzione di abitazioni di lusso nella laguna incontaminata a nord di Valona. Ma certo è che una mobilitazione così ampia non si vedeva da molti anni. Chi scende in piazza a Tirana da oltre due settimane sembra saperlo: «Stiamo facendo la storia» si legge sui cartelli.

«LE RIVOLTE del 1990 iniziarono come proteste di natura economica: mancava il cibo, mancava l’elettricità. Ma era anche un pretesto per attaccare la dittatura. In questo sì, vedo una similitudine con l’attualità. La difesa dell’ambiente oggi è solo il motore di manifestazioni che nascono da un malcontento verso la classe politica». A pensarla così è Edmond Budina, regista e scrittore albanese, protagonista nei primi Novanta delle proteste che inflissero il colpo di grazia al regime totalitario. «Il contesto internazionale è importante – spiega – allora era caduto il muro di Berlino, oggi c’è la reputazione di Trump che gioca un ruolo mediatico, ma bisogna stare attenti a non leggere queste piazze come anti Usa».