“Quella in corso non è una normale protesta politica. Non siamo diretti o coordinati da leader o partiti. Siamo solo una marea di giovani che vuole indietro il futuro del proprio Paese”. A parlare è la fotografa Alma Aluku, una delle centinaia di migliaia di albanesi che da settimane scendono in piazza contro il governo di Edi Rama e l’establishment politico nazionale. Tutto è iniziato a fine maggio con l’inizio della fase preparatoria dei lavori per il progetto di Jared Kushner, genero del presidente americano Donald Trump, per la costruzione di un resort di lusso nell’area protetta di Vjosa-Narta. L’importanza ecologica dell’area ha subito scatenato le proteste di gruppi ambientalisti. Quella che però sembrava destinata a rimanere una piccola protesta locale è ben presto diventata un movimento capace di far tremare il governo Rama. “Il punto di non ritorno per molti è stato un video dall’isola di Zvërnec, parte dell’area protetta di Vjosa-Narta. Nelle immagini si vede un manifestante che viene prelevato con la forza da agenti privati del cantiere, senza che le forze dell’ordine facciano nulla”, dice a L’Espresso Dorina Lamaj, un’altra giovane albanese che ha scelto di prendere parte alle proteste. “Immagini come quelle di Zvërnec hanno scatenato una rabbia fortissima. Ci siamo resi conto di quanto il governo e le autorità statali stessero ignorando le nostre preoccupazioni, così spontaneamente sempre più persone sono scese in piazza. Le richieste principali non riguardano solo lo stop ai lavori per il resort di Kushner. Molti di noi chiedono anche le dimissioni di Rama e l’arrivo di una nuova classe dirigente più giovane e competente. Anche il leader dell’opposizione Sali Berisha è considerato responsabile della situazione in cui versa il nostro Paese”, spiega Alma Aluku. La reazione della politica albanese e in particolare di Rama non è stata per nulla tenera. Il premier albanese ha accusato i manifestanti di essere pilotati da potenze straniere come Iran e Grecia. Accuse che dalla piazza vengono respinte con forza. “In realtà siamo noi a lottare per la sovranità del nostro Paese. Molti di noi sono preoccupati proprio dai rapporti di Rama con alcune potenze estere. Penso ad esempio al governo americano e israeliano. Il resort di Kushner è il simbolo del rischio che il nostro Paese finisca in vendita e nelle mani di influenze straniere”, dice Olsi Aluku, fratello di Alma. Nel frattempo le settimane passano e le proteste non accennano a fermarsi. Il loro risultato però è tutt’altro che scontato. “L’obiettivo è chiaro: il ricambio della classe politica attuale. Sappiamo però che non sarà facile ottenerlo. Anche se non dovessimo riuscirci nell’immediato, queste manifestazioni hanno già raggiunto un importante obiettivo: lo spirito di protesta della popolazione albanese si è risvegliato. Soprattutto quello dei giovani che un domani governeranno. Tra di noi non ci sono solo attivisti o gruppi politici, ma tante persone comuni. Anche giovani madri con neonati in passeggino. La nostra speranza è che queste manifestazioni fermino l’emigrazione delle nuove generazioni dal nostro Paese e dimostrino che restare e lottare per un futuro diverso è possibile”, spiega Lamaj. Il tema migratorio è molto sentito in Albania. A oggi il 43% della popolazione albanese vive in altri Paesi. Molti membri della diaspora stanno organizzando manifestazioni in sostegno delle proteste nelle nazioni in cui vivono. Anche in Italia. Tanti albanesi emigrati condividono infatti le preoccupazioni di chi è rimasto in patria. Tra loro c’è Jessi Kume che vive al momento in Canada. “Una delle principali motivazioni dietro le proteste è anche l'essere obbligati a emigrare. Moltissime persone anziane a fatica stanno andando a manifestare perché sono rimaste sole. E questo dolore ce lo portiamo dietro anche noi che ce ne siamo andate. Ogni famiglia albanese ha un proprio membro che è anche membro della diaspora. Ogni famiglia è spezzata (o lo è stata ad un certo punto) a causa dell'emigrazione. E a volte siamo talmente presi dalle analisi politiche che ci dimentichiamo il lato umano di questi eventi”, spiega a L’Espresso Kume. Sui veri effetti delle proteste la giovane ha qualche speranza: “Non so cosa debba cambiare perché ormai tanto ci è stato già tolto, ma spero con tutto il cuore che in futuro emigrare sia una scelta libera e non un obbligo, che la cura sia rivolta verso i cittadini e non i turisti e il cemento. So solo che come popolo abbiamo sofferto molto più di quanto avremmo dovuto. Ora è arrivato il momento di alzare la testa”.
Le proteste in Albania continuano e vanno oltre il resort del genero di Trump: "L’obiettivo è il ricambio della classe politica attuale"
"Siamo solo una marea di giovani che vuole indietro il futuro del proprio Paese”. Quella che sembrava destinata a rimanere una piccola protesta locale è ben pre












