A 106 anni dalla nascita di Adriano Ossicini, ricordarlo non dovrebbe essere solo un esercizio di memoria. Dovrebbe essere un modo per interrogarci su una domanda scomoda: l’Italia ha davvero capito la psicologia?

La domanda può sembrare provocatoria, perché oggi la parola psicologia è ovunque. Se ne parla nei giornali, nei social, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle famiglie. La pandemia ha reso evidente ciò che per decenni era rimasto ai margini: la salute psicologica è una dimensione essenziale della salute, non un lusso per pochi né un tema privato da lasciare alla buona volontà individuale.

Eppure, proprio questa apparente diffusione rischia di nascondere un paradosso. La psicologia è molto evocata, ma ancora poco riconosciuta nella sua funzione sociale. È richiesta, ma spesso non strutturata. È invocata nelle emergenze, ma poco utilizzata nella prevenzione. È considerata importante, ma raramente trasformata in politiche pubbliche stabili. In fondo, continua a essere compresa a metà.

Adriano Ossicini aveva visto tutto questo molto prima che diventasse evidente. Non solo perché fu il promotore della Legge 56 del 1989, che riconobbe giuridicamente la professione di psicologo. Ma perché comprese, in un’Italia culturalmente difficile, che la psicologia non era una disciplina accessoria, né una tecnica minore, né una variante soft della psichiatria. Era un sapere autonomo, necessario per comprendere la persona nella sua interezza.