Eleonora Marocchini, psicologa, ricercatrice indipendente in Neurodiversity Studies e Federico Dibennardo, psicoterpeuta, attivista queer e formatore sui temi della salute mentale, dispiegano in un libro denso e accurato la cruciale questione della psicologia, ricostruendo il paesaggio teorico-clinico della scienza e dell’esperienza del disagio, che oggi sono maggiormente in questione. La psicologia è politica (edizioni Tlon, pp. 290, euro 19), è infatti un saggio che individua i nessi cruciali della critica delle sofferenze mentali e dell’esercizio concreto della pratica della salute mentale nell’accidentato e difficile territorio della cura.
CHE LA PSICOLOGIA non sia l’affare individuale tra una persona e un/una terapeuta, è confermato da almeno un secolo di contestazioni teoriche alla categoria ottocentesca dei caratteri patologici. Che la psicologia come campo di esercizio di un’ortopedia della mente consista nel discorso della patologia, imposto dalla panoplia teorica del disagio psichico, era stato segnalato da George Canguilhem ne Il normale e il patologico e confermato da Michel Foucault nei due Corsi della metà degli scorsi anni settanta, Il potere psichiatrico e Gli anormali. Su questa superficie critica dei saperi della psiche, lungo tutto il XX secolo si dipana la differenza tra psichiatria, psicologia e psicoanalisi, laddove gli apparati di cattura delle istituzioni della clinica aspirano le istanze teoriche relative al corpo, al linguaggio, alla presenza e alle relazioni. D’altra parte, una congerie di teorie psicologiche e psicoanalitiche imprigionano i corpi in griglie analitiche generalizzanti.






