Sinthomatologie. Teoria e clinica del legame sociale (DeriveApprodi, pp. 191, euro 20), curato da Federico Chicchi, è un manifesto ed è una cassetta degli attrezzi. È l’esito dell’incontro di due domande: quella di una cura psicoanalitica e di una trasformazione rivoluzionaria.
NON È SCONTATO un libro di questo tipo. Viviamo in una società neoliberale che mette in scena la commedia del cambiamento solo per celebrare il fallimento di ogni discontinuità. In questo paradosso si dissolve sia la domanda di cura, sia la richiesta di giustizia. Per fortuna il libro non si perde nel labirinto delle ingiunzioni paradossali che fanno impazzire chi continua a credere nel «discorso del capitalista» oggi.
Il titolo va spiegato. Si propone una psicoanalisi sinthomatologica che riprende il lavoro iniziato da Jacques Lacan nel seminario XXIII tra il 1975 e il 1976. Lo psicoanalista parlò di sinthome e usò l’ortografia antica del termine in francese medievale per marcare una nuova pratica clinica rispetto al sintomo di cui si parlava nella psicoanalisi classica. Il sintomo è una metafora, un messaggio cifrato dell’inconscio da decifrare e eliminare attraverso la cura. Il sinthomo è un’invenzione e un godimento. Andrebbe inteso così il soggetto che si sente spezzato, ma non vuole naufragare. Non si tratta allora di guarire dal sintomo cancellandolo, ma di praticarlo e rielaborarlo in un modo singolare di stare al mondo.






