A sei giorni dal doppio terremoto che il 24 giugno ha colpito il centro-nord del Venezuela, il bilancio continua ad aggravarsi: secondo le Nazioni Unite i morti accertati sono 1.719 e circa 50mila persone risultano ancora disperse, mentre la terra non smette di tremare con nuove scosse di assestamento. La sola regione di La Guaira, la più colpita, è sommersa da 1,2 milioni di tonnellate di macerie. È in questo scenario che si gioca la corsa contro il tempo dei soccorsi: la “finestra d’oro” delle prime 72 ore per chi resta sotto le macerie, i tempi stretti per l’arrivo dei team internazionali, il triage da fare in condizioni di scarsità. Ne abbiamo parlato con Luca Ragazzoni, medico anestesista-rianimatore, professore e vice rettore dell’Università del Piemonte Orientale e direttore del Crimedim, che l’Oms ha appena confermato come proprio Centro per la medicina dei disastri.

Professore, in un’emergenza come questa quanto pesa la fragilità del sistema sanitario locale?

“Tantissimo. I disastri naturali colpiscono sempre le comunità più vulnerabili, e il Venezuela era già un Paese fragile, anche per ragioni politiche. La difficoltà maggiore è il soccorso pre-ospedaliero: gestire i feriti sul territorio e cercare le persone sotto le macerie senza equipaggiamenti specializzati è complicatissimo. E senza un sistema come il nostro 118, anche solo portare un malato dal territorio all’ospedale diventa un problema. Un sistema fragile, in un Paese fragile, ha un impatto molto più pesante”.