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Dopo mesi di polemiche e di mobilitazioni, lo scorso 23 giugno il Senato ha approvato il disegno di legge n°1552, più noto come “ddl Caccia”. Il testo, che ha come primo firmatario il parlamentare di Fratelli d’Italia Lucio Malan (noto per le reiterate posizioni negazioniste sul cambiamento climatico), si propone, come recita il titolo, di introdurre “modifiche alla legge 11 febbraio 1992, n. 157, recante norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”. Il 30 giugno il ddl è passato al vaglio della Camera e, se dovesse essere approvato senza alcuna modifica, diventerebbe immediatamente legge.

Ecco perché analizzare il testo approvato a Palazzo Madama è particolarmente importante.

Al di là delle valutazioni nel merito del testo, su cui entreremo a breve, vanno fatte alcune considerazioni preliminari. Come è noto, in un primo momento il governo Meloni aveva pensato di intervenire attraverso l’ennesimo decreto legge (a giugno dell’anno scorso ne aveva già varati un centinaio in neppure tre anni), su spinta soprattutto del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, per poi invece optare per il dibattito parlamentare del disegno di legge, che è stato particolarmente ricco e intenso. Più in generale le scelte di questo governo, già negli ultimi mesi e ancor di più da qui in avanti, non sembrano più “soltanto” atti di propaganda - come nella prima fase - ma soprattutto esplicite concessioni a gruppi di interesse: in primis i cacciatori, chiaramente, ma anche gli armatori e gli agricoltori, nonostante ad esempio il numero dei cacciatori in Italia sia in costante declino (da 1 milione e 700 mila nel 1980 ai circa 500 mila attuali , secondo i dati del Ministero dell’Interno). Per la destra italiana il ddl Caccia assume le sembianze di un rischio consapevole, che punta a un cinico ritorno elettorale nel 2027.