Non sappiamo quando andremo a votare, non sappiamo con che sistema eleggeremo il Parlamento, non sappiamo quanti poli si presenteranno alle elezioni, non sappiamo quali saranno le alleanze, non sappiamo il candidato leader di uno dei principali schieramenti.
Insomma, non sappiamo niente di niente, eppure siamo certi che vincerà questo o quello e che quegli altri perderanno, malgrado i sondaggi – che al momento si basano sul nulla di cui sopra – segnalino una sostanziale parità tra un ancora troppo vago centrodestra e un altrettanto vago centrosinistra.
Ma una cosa sarà votare con l’attuale legge elettorale, quindi con i collegi uninominali misti a una ripartizione proporzionale, un’altra con quella cui sta lavorando Giorgia Meloni con il premio di maggioranza.
Su Linkiesta sosteniamo che al paese, ma anche a Meloni, convenga tornare a eleggere i parlamentari proporzionalmente al numero dei voti espressi, senza alcuna correzione maggioritaria, ma al momento si tratta soltanto di un’ipotesi di scuola, anche se qualcuno comincia a pensarci seriamente.
Si discute invece molto dell’impatto del nuovo partito di Roberto Vannacci sugli equilibri della destra, ma un’eventuale lista di Futuro Nazionale dovrà raccogliere in poche settimane circa 150 mila firme divise per ciascuno dei 49 collegi plurinominali se le camere non saranno sciolte anticipatamente, un’impresa non da poco in particolare per un partito appena nato. Anche i liberaldemocratici di Luigi Marattin e Più Europa sono nelle stesse condizioni, così come le aggregazioni civiche come la lista centrista di Alessandro Onorato di cui i giornali parlano da settimane, o l’eventuale vannaccismo di sinistra di Alessandro Di Battista e altri fuoriusciti dei Cinquestelle.







