Lunedì pomeriggio ho scritto a un’amica per commentare un qualche succulento pettegolezzo che mi aveva raggiunta in un qualche desolante aeroporto. L’amica, di mestiere, scrive di politica italiana, e quindi mi ha risposto dopo qualche minuto dicendomi che non poteva parlare, essendo «nei guai per le amministrative».
Mi sono chiesta «quali amministrative?» ma la curiosità era così poca che neppure sono andata su Google, e ho quindi scoperto solo ieri, dai giornali ai quali mi ostino a essere abbonata e che ogni tanto (raramente) apro, che c’erano state le elezioni a Venezia.
E che Elly Schlein aveva fatto un comizio incitando l’elettorato a mandare a casa la Meloni, e che la Meloni poi aveva vinto, e che Massimo Cacciari diceva che suo nipote avrebbe preso più voti del candidato del Pd, e bla bla bla.
E qui veniamo al punto in cui a vendervisi come politologa è una che vi ha appena detto che neppure sapeva ci fossero in Italia delle elezioni in questo periodo. Non è colpa mia se le cose si capiscono meglio dall’esterno.
Prima, un po’ di contesto: le circostanze che hanno fatto di me una politologa. In queste settimane sono andata in giro come una disperata a promuovere il mio derelitto nuovo romanzo: come se, in un mondo in cui i video di due minuti ci affatichiamo se ci tocca guardarli fino in fondo, avesse senso scrivere libri.







