“I brufoli sono sempre stati una nota dolente dell’adolescenza, ma non pensavo che parlarne potesse essere così complicato”, esordisce Marina, mamma di Pamela, 13 anni, figlia unica (i nomi sono di fantasia, ndr). Da qualche tempo, infatti, la pelle della ragazza è cambiata e la madre ha deciso di intervenire. “Non ho voluto aspettare che il problema si risolvesse da sé. Abbiamo preso un appuntamento da una dermatologa e iniziato una cura che prevede una routine di pulizia e applicazione di crema”. L’intenzione era quella di accompagnarla, senza drammatizzare. “Cerco di essere attenta, di non fare commenti inutili o pesanti. Anche perché ricordo bene la mia adolescenza: venivo spesso presa in giro per i miei brufoli, anche in famiglia. Mio padre non aveva molta sensibilità su questi temi e per me è stato difficile”. Proprio per questa esperienza, Marina ha sempre cercato di muoversi con cautela. “Il mio obiettivo è aiutarla, farle capire che è una fase normale e che si può gestire. Ma ogni volta che provo a chiederle come va, se la pelle sta migliorando, se il trattamento funziona, lei si chiude”. Marina nota che sua figlia cambia espressione, si irrigidisce e si ritrae. “È evidente che la cosa la infastidisce. E molto”.
Marina: “Pamela ha 13 anni, come posso parlarle di cura contro i brufoli senza farne un problema?”
La nostra lettrice racconta la difficoltà di aiutare la figlia senza farla sentire esposta su un tema delicato come l’aspetto fisico








