Chi guarda la Colombia da lontano vede spesso due immagini opposte. Da un lato il Paese dinamico, urbano, creativo, pieno di energia culturale e imprenditoriale. Dall’altro il vecchio cliché della cocaina, della violenza, della giungla criminale. Entrambe sono vere, entrambe sono insufficienti. La Colombia è un Paese in cui la democrazia si misura soprattutto lontano dai palazzi: nelle campagne, nelle frontiere, nei territori dove lo Stato arriva tardi e altri poteri arrivano prima.
È dentro questa frattura che si inserisce la vittoria di Abelardo de la Espriella, avvocato penalista e imprenditore milionario, outsider della destra radicale, che si fa chiamare “El Tigre”. Secondo il preconteo, ha battuto il candidato della sinistra Iván Cepeda per meno di un punto percentuale (49.66% de la Espriella, 48.70% Cepeda). Ha vinto, ma non ha sfondato. E mentre già si denunciano brogli e irregolarità, il risultato consegna l’immagine di un Paese spaccato.
Il principale conflitto armato colombiano nasce formalmente nel 1964, con la nascita delle Farc, le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia: la più grande guerriglia di estrema sinistra dell’America Latina, di origine contadina, che per oltre cinquant’anni ha combattuto lo Stato colombiano, fino all’accordo del 2016 e alla trasformazione in partito politico. Ma le radici della guerra sono più profonde: terra concentrata in poche mani, esclusione politica, campagne abbandonate, violenza di Stato, paramilitarismo, narcotraffico, disuguaglianza.








