E arriva il lutto. Esaurite le prime 72 ore, quelle cruciali per salvare i vivi. I soccorritori, locali e stranieri, hanno raggiunto La Guaira e altre zone colpite dallo sciame sismico del 24 giugno. La scena è straziante: centinaia di cadaveri stesi a terra, messi in fila. Giacciono sul parcheggio dell'obitorio Pariata (La Guaira). Metà di loro avvolti in lenzuoli bianchi o colorati. Altri, invece, nudi o seminudi, con segni di ferite mortali. Il sole batte forte e mette a repentaglio la loro conservazione. Diversi corpi, sottratti alle macerie, sono stati abbandonati sui marciapiedi di Playa Grande, vicino a Oasis Beach.«Da 48 ore attendiamo la rimozione di molti cadaveri. Alcuni di loro sono già stati identificati, ma non ci sono mezzi per portarli via e dare loro una degna sepoltura», spiega la volontaria Adelaida Martínez ad Avvenire . Su uno di loro è poggiato un tesserino: José Luis Figuera, nome e cognome. Era probabilmente un dipendente pubblico. Soccorritori di El Salvador ci raccontano che, al loro arrivo, la situazione era già precipitata. Chi era sul posto prima non aveva gli strumenti adeguati. «Mancavano persino picchi e pale», raccontano i residenti. Poi, una richiesta disperata si diffonde a macchia d'olio: «Servono sacche mortuarie. Non ne abbiamo a sufficienza». Dalle macerie spunta ancora qualche superstite. È un giovane, under 18. «Sei salvo!», esclamano i paramedici locali, in lacrime, baciandolo sulla fronte. «Mi ha salvato mia madre – dice lui, sotto choc –. Ma lei, mia nonna e mia sorella sono rimaste sotto». La situazione è talmente grave da costringere il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, a restringere l’accesso nella regione. «C'è anche un tema di sanità pubblica. Sono già trascorse delle ore. E ci sono vivi ma anche morti sotto le macerie», ha ammesso. I controlli hanno rallentato ulteriormente il traffico verso la regione, complice il crollo del ponte “San Julián”, nella località di Caraballeda.D’altra parte Washington e alleati tentano l'ultima corsa contro il tempo. Venerdì il maggiore generale dei Marines, Kevin J. Harrad, ha incontrato la presidente ad interim Delcy Rodríguez per coordinare sforzi congiunti tra l'esercito Usa e quello locale. Caracas ha inoltre ricevuto un aiuto complessivo di 250 milioni di dollari da Washington. In una telefonata a Rodríguez, Donald Trump avrebbe ribadito «l’impegno a sostenere i soccorsi». Anche il leader cinese Xi Jinping ha annunciato l'invio di aiuti umanitari a Caracas. È stato inoltre attivato Ue di Protezione civile e la Banca di sviluppo per l’America Latina e i Caraibi ha creato un Fondo per la ricostruzione del Paese (oltre a quello già annunciato da Rodríguez). Fonti governative dicono ad Avvenire che gli aiuti sono stoccati nella Base aerea “Libertador” e il personale di soccorso, locale ed estero, è tutto sul campo. Ma non basta.La gente, indignata per i costanti saccheggi, chiede maggiore presenza dello Stato. «Quando siamo scesi in piazza, a manifestare per i nostri diritti, gli agenti erano subito lì, per farci del male. Ora che abbiamo bisogno siete latitanti», lamenta l'attivista Leticia Flores. La rabbia trova sfogo sulla stessa Rodríguez, accolta tra fischi e contestazioni durante la sua visita alla zona zero. E la paura non svanisce: anche oggi, lunedì si sono verificate nuove scosse a Caracas e La Guaira. Un'altra, sabato, di magnitudo 4.9 ha fatto tremare nuovamente lo Stato di Aragua. Il rischio di una nuova forte scossa rimane all'84%. Ufficialmente i deceduti sono 1.450 mentre i feriti sono 3.150. Ma i dispersi salgono a quota 55mila, secondo la piattaforma venezuelareporta.org, e persiste il rischio di sfollati interni ed esterni con 6,7 milioni di persone colpite dal sisma.Non manca però la fraternità, con numerose persone che nelle ultime ore si sono recate nei punti di raccolta. Lo conferma Carlosman Leal, consigliere comunale al municipio Lagunillas: «C'è tanta solidarietà da parte del popolo venezuelano, pur provato da difficoltà sociali ed economiche».ì