Mentre la scuola italiana sembra ancora faticare nel trovare il giusto spazio per le voci femminili del Novecento, come confermato ciclicamente dall’assenza di autrici nelle tracce della Maturità, la realtà storica ci ricorda che il canone letterario e l’industria libraria del nostro Paese devono molto proprio a un’intuizione femminile, quella di Maria Villavecchia Bellonci, ideatrice del Premio Strega. Quest’anno, il più celebre riconoscimento letterario italiano taglia il traguardo dell’ottantesima edizione, che sarà celebrata l’8 luglio prossimo con la proclamazione del vincitore nella suggestiva cornice di Piazza del Campidoglio a Roma.Tutto ebbe inizio ufficialmente il 17 febbraio 1947, quando Maria e il marito Goffredo Bellonci annunciarono la nascita del Premio, sostenuto finanziariamente dall’industriale Guido Alberti, proprietario della celebre azienda del liquore di Benevento. Tuttavia, l’anima dello Strega era nata qualche anno prima, tra le macerie di una Roma appena liberata. In quel clima di fragilità e di ricostruzione, i coniugi Bellonci aprirono le porte della loro casa ‒ prima in Viale Liegi e poi in Via Fratelli Ruspoli ‒ a un gruppo di intellettuali ribattezzati gli Amici della domenica. Alla prima riunione erano presenti Bontempelli, Piovene, Bernari, le sorelle Masino, Petroni, Monelli, Savinio, Gorresio, Bucarelli, Pietrangeli, Gino ed Elly Tomaiuoli. E poi si aggiunsero Gadda, Longhi, Banti, Alvaro, Flaiano (che vinse la prima edizione con il libro Tempo di uccidere), Palazzeschi, Falqui, Pratolini con la moglie, Alberto Moravia ed Elsa Morante, Giacomo e Renata Debenedetti, Antonelli, Pannunzio, Silone, Sibilla Aleramo, Brancati e altre centinaia di amici di cui la diligente Maria annotava la data del primo apparire in Viale Liegi. In quelle stanze foderate di libri, ci si riuniva «per far fronte alla disperazione e alla dispersione», scriveva Bellonci nei suoi appunti, prendendo «tutti coraggio da questo sentirci insieme». Per Maria Bellonci, il Premio non era una passerella mondana, ma un atto di impegno civile. La Resistenza aveva insegnato «che gli uomini esistono gli uni per gli altri e che gli scrittori non fanno eccezione» e, di conseguenza, che «ciascuno avesse il dovere di vivere dentro un nucleo sociale e di offrire, potendo, alla comunità, un tributo di azioni quotidiane». In questo senso, l’approccio culturale democratico di Maria Bellonci anticipò la stessa prassi politica della neonata Repubblica. Nessuno, prima di lei, aveva immaginato un premio che mettesse al centro non il giudizio di pochi critici, ma il dibattito collettivo di un gruppo vasto e variegato. Bellonci credeva così profondamente in questa cultura “fatta insieme” da farsi carico personalmente di ogni dettaglio: si alzava alle cinque del mattino per preparare le torte che avrebbero addolcito i pomeriggi di discussione con gli amici ospiti e chiedeva in prestito le sedie persino ai vicini perché tutti potessero accomodarsi. Gestì la faticosa macchina organizzativa del Premio per oltre trent’anni, non rivendicando mai alcun privilegio e, anzi, sottraendosi alla gara (vinse nel 1986 con Rinascimento privato, un premio assegnato alla memoria pochi mesi dopo la sua scomparsa). La sua visione era profondamente egalitaria: sognava che «il vincitore non avrebbe sconfitto gli altri, ma dagli altri sarebbe stato accompagnato alla vittoria», ed esortava i giurati a considerare il libro più dello scrittore.La storia, però, non ha sempre seguito i suoi auspici. In ottant’anni, lo Strega ha vissuto aspettative tradite e vittorie folgoranti. Nel 1957, Elsa Morante fu la prima donna a rompere il monopolio maschile vincendo con L’isola di Arturo. Maria Bellonci, lucida analista dei costumi, annotava: «Sul tema “scrittrice al premio Strega” s’immagina facilmente quanto si sia scritto e in quali modi […] nella nostra lista le donne sono meno di un quarto del numero totale dei votanti, e dunque in realtà sono gli uomini a non votare per le scrittrici e molto spesso a non leggere i loro libri». Dopo quello di Morante, arrivarono i trionfi di Natalia Ginzburg con Lessico famigliare nel 1963, di Anna Maria Ortese con Poveri e semplici nel 1967, di Lalla Romano con Le parole tra noi leggere nel 1969 e, nel 1974, un segnale di cambiamento significativo con la presenza in finale di ben cinque scrittrici: Armanda Guiducci, Edith Bruck, Rosetta Loy, Alessandra Lavagnino e Giosi Lippolis [le altre autrici sul podio sono state Fausta Cialente con Le quattro ragazze Wieselberger (1976), Mariateresa Di Lascia con Passaggio in ombra (1995), Dacia Maraini con Buio (1999), Margaret Mazzantini con Non ti muovere (2002), Melania Mazzucco con Vita (2003), Helena Janeczek con La ragazza con la Leica (2018), Ada d’Adamo con Come d’aria (2023), Donatella Di Pietrantonio con L’età fragile (2024)].Il Premio è diventato nel tempo un sismografo dell’Italia, registrandone l’evoluzione sociale e linguistica. Bellonci pensava che fosse «più che un consenso, una forza che aggancia l’avvenire, promette nuovi libri da scrivere e stabilisce un giudizio di qualità che seguirà l’autore per tutta la vita». Un valore che trascende la vittoria stessa: giganti come Italo Calvino o Pier Paolo Pasolini non hanno mai vinto lo Strega, eppure i loro libri in corsa sono rimasti centrali nella nostra memoria collettiva a dimostrazione che il Premio serve, prima di tutto, a innescare una conversazione necessaria.Dopo la scomparsa della fondatrice, la quarantunesima edizione fu la prima guidata da Anna Maria Rimoaldi. L’eredità di Maria Bellonci rimane però intatta: è quella di una scrittrice integra e sensibile, dedita alla responsabilità a cui la sua stessa idea la mise di fronte tanto da anteporre spesso la gestione delle attività del Premio al proprio lavoro di scrittrice. Se la lettura in Italia ha una sua industria e un suo pubblico, lo si deve anche alla biblioteca ideale che Maria Bellonci ha contribuito a costruire. Oggi, quel rito continua. Per l’ottantesimo anniversario, la sfida vede protagonisti sei titoli che confermano la vivacità del panorama contemporaneo: I convitati di pietra di Michele Mari; Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci; La sonnambula di Bianca Pitzorno; Donnaregina di Teresa Ciabatti; Lo sbilico di Alcide Pierantozzi e Vedove di Camus di Elena Rui. La premiazione prevista per l’8 luglio è ormai vicina, ma non è da intendersi come una sentenza definitiva. Come direbbe Maria Bellonci, «la serata passa, i libri restano».Maria Bellonci, Il Premio Strega, Milano, Mondadori, 2026Uno, cinque, dodici. Ottant’anni del Premio Strega, mostra presso il Museo Macro, Roma (29 aprile-30 agosto 2026), a cura di Maria Luisa Frisa e Mario LupanoImmagine: Maria Bellonci (1975). Crediti: Pubblico dominio, via it.wikipedia.org
Maria Bellonci e gli ottant’anni del Premio Strega - Treccani
Maria Bellonci e gli ottant’anni del Premio Strega di Flavia Alì. Leggi l'articolo del Magazine di Treccani.it, il portale del sapere.











