Il Premio Strega, ottant’anni quest’anno, coetaneo della Costituzione e suo affine, entra nel vivo. I dodici titoli finalisti sono stati proclamati questa mattina al Tempio di Vibia Sabina e Adriano (Roma). Una «dozzina bella e buona», ha detto il presidente della Fondazione Bellonci, Giovanni Solimine, perché «ha un’alta qualità, così come noi speravamo fosse, visto l’anniversario importante che festeggiamo, e che ci permette di raccontare un pezzo importante della nostra identità: rappresentare l’identità repubblicana».
Ecco i titoli: “La rosa Inversa” di Maria Attanasio (Sellerio); “Storia di un’amicizia” di Ermanno Cavazzoni (Quodlibet); “Donnaregina” di Teresa Ciabatti (Mondadori); “Lina e il sasso” di Mauro Covacich (La Navi di Teseo); “I convitati di pietra” di Michele Mari (Einaudi); “Platone. Una storia d’amore” di Matteo Nucci (Feltrinelli); “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi (Einaudi); “La sonnambula” di Bianca Pitzorno (Bompiani); “L’invenzione del colore” di Christian Raimo (La Nave di Teseo); “Vedove di Camus” di Elena Rui (Lisa Ginzburg); “Acqua sporca” di Nadeesha Uyangoda (Einaudi); “Occhi di bambina” di Marco Vichi (Guanda).
Come ogni anno, è Melania Mazzucco a raccontare il passo comune dei 79 libri selezionati: la voce che, insieme, rappresentano. Protagonista, per lei, è il romanzo, che torna, spesso nella forma del romanzo storico, a testimonianza di un risveglio della coscienza civile. Molto presente il sesso, assai meno l’amore, e il lavoro, “tema carsico della letteratura italiana”. Come l’anno scorso, gli scrittori vengono indagati e raccontati sia come lavoratori di un mestiere sempre più indefinibile, sia come testimoni della Storia.






